blanchardTorino, 25 set – Il nome “Blanchard”, per gli sfegatati e più longevi tifosi bianconeri fino a mercoledì alle 22:30, faceva riferimento a Jocelyn, 12 presenze e zero reti nella stagione 1998-99 tra le fila delle zebre di Torino. Ora invece ha preso le sembianze di Leonardo.
Il recupero scorre sul tabellone dello Juventus Stadium e il Frosinone prova l’ultimo assalto, la Juventus è in vantaggio 1-0 rete di Simone Zaza, ma un calcio d’angolo cambia tutto. I ciociari trovano nell’inzuccata di Leonardo Blanchard il primo punto nella massima serie. I bianconeri colpi da un loro tifoso, centrale difensivo roccioso con un passato tra Poggibonsi, Pavia, Feralpi Salò e Siena, che gela la prima vittoria tra le mura amiche della Juventus in campionato. Una vittoria che tarda, maledettamente, ad arrivare.
Il calciatore frusinate si è dimostrato professionista esemplare, anche se la sua gara non è stata accorta – sua la deviazione per il vantaggio dei campioni d’Italia e tante le disattenzioni – ma a 27 anni si è tolto una gioia immensa, ma non da tifoso.
Lui a maggio, assieme ai Viking bianconeri, era a Berlino per assistere alla finale di Champions League della Vecchia Signora, cantando a squarcia gola il suo amore per la squadra più titolata della penisola. Segnata la marcatura che fissava il risultato sull’1-1, Blanchard, ha corso, braccia al cielo 50 metri a perdifiato, sublimando l’orgasmo del professionista con la morte del tifoso.
Il rituale del calcio ha nei gesti e nello stadio la sua sacralità, il tifoso, attraverso la sua “battaglia”, crea un’idea di giustizia, di estetica, di protesta e di identità. Identità taciuta da Blanchard perché si può essere professioni e fare bene il proprio lavoro, ma essere supporter, o addirittura ultras come definito dalla carta stampata, è un’altra questione. L’ultras nel tumulto del rettangolo verde sa sempre qual è la propria postazione e che esistono opposti schieramenti, dai simboli e dai gesti nasce questa frapposizione. Il ragazzone toscano è stato indefesso difensore del suo ruolo in campo, ma nell’esultanza senza freni ha abiurato il suo essere juventino.
Lorenzo Cafarchio


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