radiodiagnosticaRoma, 5 feb – Un gruppo di ricercatori dell’università La Sapienza e dell’Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) in collaborazione con altri enti di ricerca, ha messo a punto un’innovativa metodologia di riconoscimento delle cellule tumorali che aiuterà la medicina oncologica a combattere alcune forme tumorali come meningiomi, tumori cerebrali e gliomi di alto grado.


La tecnica consiste nell’utilizzo di un particolare radiofarmaco iniettato nel paziente che va a legarsi esclusivamente alle cellule cancerose permettendo, attraverso l’emissione di particelle Beta negative (elettroni), di riconoscerle e così di radioguidare il chirurgo durante l’operazione di asportazione.

Lo studio è stato presentato nel numero di gennaio del The Journal of Nuclear Medicine, dove vengono illustrati i primi risultati della ricerca frutto della collaborazione dell’Infn, Sapienza Università di Roma, il Centro Fermi, l’Istituto Italiano di Tecnologia, l’Istituto Neurologico Carlo Besta e l’Istituto Europeo di Oncologia. Ora i ricercatori sono in attesa delle ultime approvazioni per cominciare i primi testi preclinici su campioni prelevati durante operazioni chirurgiche di meningiomi.

Le attuali tecniche di chirurgia radioguidata utilizzano dei radiofarmaci che emettono raggi Gamma, che a causa della loro natura altamente penetrante possono causare problemi sia al personale medico, che rischia di assorbire quantità elevate di radiazioni, sia di invalidare l’analisi diagnostica in quanto, se assorbiti da altri tessuti sani, possono “oscurare” il segnale del tessuto tumorale e invalidare l’esito dell’intervento.

“Per superare queste limitazioni – spiega Riccardo Faccini, professore all’Università La Sapienza associato all’Infn – il nostro gruppo di ricerca propone un cambio di paradigma, cioè utilizzare radiofarmaci che emettano radiazione Beta negativa, invece che gamma: gli elettroni infatti hanno una capacità penetrante ridotta rispetto ai fotoni”.
“Il vantaggio di questa innovazione – prosegue Faccini – è che la scarsa penetrazione degli elettroni nei tessuti evita il problema della contaminazione da parte di organi sani captanti, e inoltre limita significativamente la radioattività assorbita dal personale medico”.

Precedentemente i radiofarmaci a radiazione Beta negativa non sono mai stati presi in considerazione in campo diagnostico proprio a causa del loro basso potere penetrante rispetto alla radiazione Gamma, ma in ambiente operatorio, grazie a particolari sonde che vengono inserite nel corpo del paziente, si è potuto aggirare questo ostacolo.

“Lo studio di questa tecnica – spiega Faccini – si è concentrato finora sullo sviluppo della sonda, sulla simulazione della sensitività della tecnica e sulla valutazione a partire da immagini diagnostiche, della capacità dei tumori e dei tessuti sani limitrofi di captare il radiofarmaco, e credo sia importante sottolineare in questa impresa la piena multidisciplinarità: la collaborazione, infatti, vede veramente sullo stesso piano fisici, ingegneri, medici nucleari, oncologi e chirurghi”.

Paolo Mauri

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