Roma, 4 set – E’ previsto per questo pomeriggio, intorno alle 17, un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte, con la partecipazione di tutti i ministri interessati. La riunione era stata concordata da tempo sul tema immigrazione, ma visto gli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli si focalizzerà sulla crisi libica. Gli scontri tra milizie in Libia, infatti, mettono a rischio l’accordo siglato con l’Italia sugli immigrati. Il conflitto in corso ha fatto saltare i presidi che consentivano il pattugliamento dei flussi migratori, sia lungo le coste che lungo le vie d’accesso al mare. La messa in discussione dell’intesa con Tripoli, stipulata dal governo Gentiloni e confermata dall’esecutivo Conte con l’invio di motovedette destinate alla guardia costiera locale, potrebbe portare a un aumento dei tentativi di sbarco nel nostro Paese. Si parla di circa 50mila persone pronte a imbarcarsi.
La situazione in Libia peraltro può favorire la partenza di individui vicini agli ambienti jihadisti. Uno scenario preoccupante sul fronte della sicurezza, anche alla luce dei 400 detenuti evasi domenica, molti dei quali ritenuti terroristi. Tutta gente pronta a spacciarsi per profughi di guerra.
Per l’Italia, inoltre, non sono a rischio soltanto gli accordi sui flussi migratori ma anche quello che ha portato la guardia costiera libica a intervenire bloccando i barconi in una zona Sar riconosciuta anche dall’Onu. A causa del caos nel Paese sarà ora impossibile che, con le milizie già a Tripoli, chi fugga possa essere riportato indietro.
Ecco perché ora più che mai il governo italiano deve tenere i porti chiusi. L’ultima crisi libica, quella del giugno 2017 – lo ricordiamo – causò l’arrivo in Italia di 12.500 migranti in 36 ore su 25 navi diverse. Anche perché Palazzo Chigi ha escluso un intervento militare. Vero è che sul fronte logistico-sanitario, con l’addestramento e l’appoggio alla lotta contro l’immigrazione clandestina del governo Al Serraj, l’Italia è già presente sul territorio libico, con circa 400 militari concentrati soprattutto all’ospedale da campo di Misurata con 130 mezzi terrestri, oltre a una nave nel porto di Tripoli e altre unità navali e assetti aerei al largo, che fanno parte dell’operazione Mare sicuro. Ma va detto che se l’Italia punta davvero alla pacificazione della Libia dovrebbe agire proprio sul territorio al di là del mare, invece che limitarsi a tenere sotto controllo le nostre coste. La crisi libica per noi è una questione di sicurezza nazionale. E andrebbe affrontata con un intervento militare. Anche perché abbiamo contro sia la Francia – con i suoi interessi nell’area – sia il totale disinteresse dell’Unione europea.
Adolfo Spezzaferro


3 Commenti

  1. non solo bisognerebbe immediatamente coprire la zona con un intervento militare ma oggi sarebbe già troppo tardi. C’è un piccolo problema però; a parte i soliti noti (Paracadutisti,San Marco,Alpini paracadutisti,qualcosa dei Lagunari, CC del Tuscania,Fucilieri AM) ci siamo illusi che pagando uno stipendio ai soldati questi sarebbero diventati dei guerrieri di primo’ordine,cosa che – e lo dico da autentico militarista – ovviamente NON sono diventati e che quindi non abbiamo.
    questa operazione in Libano non sarebbe come andare in Gozzovo (o come diavolo hanno chiamato quella parte di Serbia) a far la guardia alle mucche in stile “Parolisi”—-qui occorerebbe:
    – catena di comando affidabile
    – come già detto Guerrieri in Uniforme.
    Purtroppo non abbiamo nè l’una nè gli altri; meglio lasciare stare o sarebbe un bagno di sangue.

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