Roma, 8 ago – Non è un caso se al ministro Minniti, sulla questione Ong e immigrazione, arriva inaspettato il duplice sostegno del Presidente della Repubblica Mattarella e del premier Gentiloni. In gioco non c’è solo la sorte del governo, ma quella dell’intero Partito Democratico alla deriva, in queste ultime settimane, sullo ius soli e sulle regole dell’accoglienza. Sull’immigrazione si decidono le prossime elezioni politiche. Il segretario del Pd Renzi lo ha capito per primo con un clamoroso dietro front sulla gestione dei salvataggi e sull’accoglienza dei richiedenti asilo. La sua longa manus nel governo Gentiloni è rappresentata proprio da Domenico Marco Minniti, ex comunista doc e ora pugno forte di quel che resta del Partito democratico, lacerato e diviso al suo interno non solo dalle diatribe politiche ma soprattutto dalla diversità di vedute sul fronte dell’immigrazione.


Marco Minniti, calabrese, classe 1956, ex giovanissimo segretario del Partito comunista a Gioia Tauro, è sempre stato nella stanza dei bottoni. Fedelissimo dell’ex premier Massimo D’Alema, ha ricoperto ruoli importanti prima nei DS, democratici di sinistra, e poi nel Pd dove è stato uno dei dirigenti. Proprio con D’Alema, nel 1998 è stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ma è stato poi sottosegretario alla Difesa con il presidente Amato, vice ministro dell’Interno con Romano Prodi e poi ancora sottosegretario con delega ai servizi segreti, prima nel governo Letta e poi in quello di Matteo Renzi. Uomo dunque abituato alle stanze del potere. Marco Minniti ha la fama del duro ma per molti è solo uno “sceriffo” con la stella di cartone. Sull’immigrazione e sulla regolamentazione delle Ong è praticamente da solo contro il suo stesso partito e con la rappresentanza cattolica al governo (leggi il ministro Del Rio) che vogliono porte aperte per tutti gli immigrati e servizio taxi libero da parte delle navi delle Ong. Il “duro” Minniti promette il pugno di ferro con chi non rispetta il codice di comportamento ma in realtà accetta che i migranti vengano trasportati sulle navi della nostra Guardia Costiera senza colpo ferire.

Ovvio che Minnitti è solo la foglia di fico per affrontare fuori tempo massimo l’emergenza immigrazione. Ma per Gentiloni e Renzi guadagnare un po’ di tempo di sopravvivenza è fondamentale. E Marco (Domenico per gli amici) è in grado di allungare di qualche mese la vita. Uomo di potere dal 1998, quando fece il suo primo ingresso nelle stanze dei bottoni governative. Una scalata da Sottosegretario a Ministro fatta in quasi 20 anni, ma in silenzio. Uomo del fare scevro da polemiche, più legato alle istituzioni che al partito è passato da D’Alema a Renzi attraverso Prodi senza lasciare dietro di se tracce di tradimenti. Una capacità di mimetizzazione politica che ha funzionato ma ora gli tocca una ribalta non sgradita. La sua esperienza pluriennale nella gestione dei servizi segreti gli è servita e gli potrebbe consentire di rimandare di qualche miglia l’affondamento di governo e partito. Ma se per Gentiloni e Renzi il declino è già scritto, per l’ex giovane comunista, ma di famiglia con tradizioni military, si potrebbe profilare un ruolo di potere anche al di là del centrosinistra. Cosa da non escludere. Per uno sceriffo.

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