magazzinoRoma, 7 mag – E’ passato un mese da quando, il 7 aprile scorso, si è svolta, presso la libreria Feltrinelli di Udine, la presentazione del libro “Magazzino 18” con la presenza dell’autore Simone Cristicchi e del politologo Ivan Buttignon dell’Università degli Studi di Udine. L’evento, come ormai consueto, è stato accompagnato da forti contestazioni da parte della sinistra antagonista. Nei giorni successivi, Buttignon, nota persona di sinistra, dirigente dal 2001 della CGIL e coordinatore del Comitato Pro Renzi di Gorizia, è stato vittima di una serie di pesanti minacce. Per capire meglio la vicenda abbiamo deciso di intervistarlo.


Prof. Buttignon, ci può delineare meglio come sono andati i fatti?

Alcuni “antagonisti” di Udine hanno prima distribuito manifesti mendaci sul mio conto, facendomi comparire come un fascista, nazionalista eccetera. Ho cercato di riportarli a più miti consigli spiegando chi sono in realtà, vale a dire un ricercatore che si occupa di politica e di storia della politica, imparziale e disgustato dall’uso politico della storia (contrariamente a quanto andavano affermando nei volantini). Ho anche ricordato ai manifestanti che, tolte le vesti del ricercatore e del docente universitario – ripeto: al di sopra delle parti -, sono un semplice cittadino italiano impegnato a sinistra. Ciononostante i contestatori hanno disturbato il dibattito rivolgendomi gesti minacciosi alla fine dell’incontro. A loro avviso, la mia colpa è aver partecipato a iniziative di CasaPound, così come fatto da altre personalità accademiche e rappresentanti della sinistra. Ho partecipato in quanto favorevole alla libertà di confronto, libertà che, come ho riportato testualmente alla conclusione della presentazione del libro di Simone Cristicchi, in direzione dei contestatori, non fa parte della loro cosmologia di valori e principi. L’intolleranza inaccettabile che ho riscontrato è proseguita con minacce di morte lasciatemi sul parabrezza della mia auto, nei presso della mia abitazione.

Tra i contestatori c’era Alessandra Kersevan, storica, insegnante ed editrice italiana, specializzata in storia e cultura del Friuli-Veneziakersevan Giulia e del confine orientale tra le due guerre – almeno a quanto si legge su wikipedia. La signora ha sul suo curriculum la partecipazione a svariate trasmissioni televisive. Ci spieghi che ruolo ha avuto nella contestazione?

Difficile conoscere il ruolo preciso che la studiosa ha rivestito in quella occasione e soprattutto se ci siano stati legami particolari con i facinorosi. Di certo, questi ultimi “argomentano” le sue tesi. Guai a parlare di Esodo, peggio ancora di Foibe. Secondo questi signori ogni episodio storico va “contestualizzato”. Sarei perfettamente d’accordo, se lo facessimo in modo perfettamente scientifico. Invece – sempre secondo la contestazione anti-“Magazzino 18” – se si parla di esodo giuliano dalmata, allora bisogna dire che gli italiani che lasciavano quelle terre erano tutti criminali e per giunta fascisti, se si tratta di Foibe, che erano utilizzate da tutti, fascisti compresi (fin qui tutto vero), trascurando la macchina della morte messa in campo da Tito.

Perché, a suo avviso, questa signora ha potuto di beneficiare di presenze in Rai come storica? Perché, sempre la stessa signora, ha ricevuto in passato finanziamenti pubblici per presentare le sue tesi negazioniste sulle foibe?

Vede, esattamente come Ernst Nolte diventò famoso grazie alla sua tesi sul “fascismo come reazione al bolscevismo, che da quest’ultimo adotta i metodi e anche parte della dottrina ideologica”, così diventano celebri le persone che azzardano letture originali, e quasi sempre infondate, di episodi storici. Non mi riferisco a una persona in particolare, bensì ai negazionisti in genere, ai quali qualcuno – solo in funzione del proprio fondamentalismo politico del quale è schiavo – vuole credere. Sui finanziamenti pubblici che altri ricevono non apro bocca. Personalmente, setaccio fondi d’archivio da parecchi anni, anche all’estero e in altri continenti, pagando tutto di tasca mia. Il ritorno economico delle mie ricerche sta nella vendita dei miei volumi che grazie alle stesse realizzo.

Ultima domanda sulla questione. Da parte delle istituzioni ha ricevuto solidarietà? Com’è stata la reazione dei media? C’è stata una condanna severa della contestazione e delle minacce da lei ricevute in seguito?

Ho ricevuto messaggi di solidarietà, simpatia e amicizia da parte di diversi partiti come PD, SEL, FI, NCD, FDI-AN, oltre che da organizzazioni che si occupano di ricerca storica come il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, la prestigiosa rivista “Storia in Rete”, associazioni culturali di svariato orientamento politico, associazioni degli studenti universitari, nonché l’interessamento del “Corriere della Sera”, di “Libero”, de “La Nuova Venezia”, de “Il Secolo d’Italia”, di “Ossigeno per l’Informazione”, de “Il Messaggero Veneto”, di “Portogruaro.net” eccetera. Avrei preferito però – lo dico francamente – una condanna unanime, ma evidentemente è chiedere troppo, in un Paese che vive ancora di cliché e tabù. Per fortuna, i negazionisti – così come i dissennati che ammettono la violenza contro chi conduce ricerca storica super partes – sono uno stagno che si sta progressivamente prosciugando.

buttignonPer concludere, un accenno sull’ultimo libro da lei curato “Prospettiva Berlinguer – Sguardi trasversali sul leader comunista” (Safarà Editore, 2014). Chi ha partecipato alla stesura e quali sono gli obiettivi del testo?

Gli obiettivi di qualsiasi testo di cui sono autore, o come in questo caso curatore, sono quelli di raccontare la verità – meglio se inedita – e offrire nuovi stimoli e ragionamenti. “Prospettiva Berlinguer” è una collettanea in cui autori dello spessore di Giovanni Fasanella, Nicola Tranfaglia, Pietro Folena, Marco Gervasoni, Andrea Colombo, Luciano Lanna, Miro Renzaglia, Francesco Pira, Leonardo Raito e altri si esprimono liberamente, a costo di rasentare il politicamente scorretto, riversando nei loro rispettivi contributi elementi scientifici e letture personali delle vicende umane e politiche che coinvolsero il leader comunista. È un’opera che si allontana dalla cultura della “santificazione”, dell’autocompiacimento, dell’autocommiserazione e della mestizia, per approdare invece a una nuova lettura di Enrico Berlinguer: fresca, fluida, narrativa, a tratti colloquiale, umana e politica insieme, spietatamente trasparente. Una lettura che lascia agli altri l’insistenza della verbosità, dei luoghi comuni, delle descrizioni ingessate. L’eterogeneità domina il libro in senso tecnico, quindi in termini di estrazione professionale degli autori: giornalisti politici e d’inchiesta, cattedre di storia contemporanea e di storia dei partiti politici, ideatori e consulenti delle trasmissioni culturali della RAI, politologi e storici professionisti, esperti di comunicazione, filosofi, giuristi e politici. L’eterogeneità è però anche politica e spazia dall’ex direttore responsabile del “Secolo d’Italia”, passando dal presidente della Lega Nazionale, a un craxiano doc, a esponenti di primo piano del PD nazionale, al sottoscritto che è nel direttivo nazionale dell’Associazioni Mazziniana Italiana oltre che presidente della sezione provinciale di Gorizia, a un redattore de “l’Unità”, all’ex portavoce del gruppo parlamentare di Rifondazione Comunista al Senato ecc. Per quanto detto è un testo consigliatissimo per chi vuole capire a fondo Berlinguer attraverso una piacevole lettura.

 

Renato Montagnolo

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