Roma, 3 apr – Tutti (si fa per dire) contro Elon Musk. Attivo da inizio anno, il movimento Tesla takedown ha avuto recentemente il suo quarto d’ora di celebrità. Proprio sabato scorso i contestatori, sparsi tra le due sponde dell’Atlantico in duecento concessionarie – americane ed europee – si sono dati appuntamento per esprimere il proprio dissenso verso la casa automobilistica texana. O meglio, nei confronti del suddetto imprenditore sudafricano. Ma andiamo nel dettaglio.
Tagli alla spesa o motivi ideologici?
I motivi della pittoresca protesta, definita “giornata di azione globale”, sarebbero da ricercare nei tagli alla spesa federale, nella limitazione alle normative e nel ridimensionamento della forza lavoro promossi dallo stesso titolare del Doge – il Dipartimento per l’efficienza governativa americana. Il tutto da condire con un pizzico d’invidia per l’uomo più ricco del mondo e di avversione a qualunque cosa possa anche minimamente odorare di trumpismo.
Sì, perché scorrendo i video delle varie iniziative balzano subito all’occhio scritte e cartelli che hanno molto poco di “economico” e tanto di politico ed ideologico. Ma cosa vogliono di preciso quelli del Tesla takedown? Semplice, che le persone vendano veicoli e azioni di loro proprietà. Un po’ Fratoianni-Piccolotti (quelli del “purtroppo abbiamo comprato la Tesla: l’abbiamo presa prima che Musk diventasse nazista. La venderemo, anche se funziona bene”), un po’ Rosy Bindi – “ho scoperto un piccolissimo investimento in Tesla, delle azioni, e le ho vendute immediatamente”.
Gli atti di vandalismo
Ma come da sinistra prassi, il dissenso iniziale, più o meno pacifico, è stato accompagnato dal solito vandalismo. Negli Usa l’intelligence interna ha dichiarato di aver registrato incidenti riconducibili al Tesla takedown in almeno nove stati diversi. “Terrorismo domestico” secondo Pam Bondi e Kash Patel – rispettivamente ministro della Giustiza e direttore del Federal Bureau of Investigation. Lo stesso Fbi ha creato una specifica task force.
Qualcuno si è mosso anche nel Vecchio Continente. Ad esempio in Francia, con l’incendio a stazioni di colonnine di ricarica elettrica. O in Germania, dove diverse automobili sono state distrutte. Ma il Tesla takedown potrebbe essere arrivato anche in Italia: un incendio nella periferia est romana ha infatti carbonizzato 17 vetture elettriche.
Secondo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi “le modalità dell’episodio fanno ritenere possibile che sia stato di matrice antagonista”. Mentre scriviamo il condizionale è d’obbligo: ad ogni modo le due piste battute dagli inquirenti (anarchici e anti-Musk) potrebbero convergere.
Tempistiche e metodi: il Tesla takedown europeo non ha senso
Al di là della comunque controversa figura di Musk, è interessante fare un paio di considerazioni sul Tesla takedown di casa nostra. Da qualunque lato lo si voglia analizzare, il vandalismo è sempre controproducente. Che senso ha – tanto in Italia, quanto in Europa – protestare contro i tagli della spesa pubblica yankee quando magari da queste parti (e non da oggi) stanno cercando di privatizzare il privatizzabile? Domanda retorica, risposta ovvia. Dato quindi per assodato che a nessuno interessi veramente dei tagli della seconda presidenza Trump, che senso ha boicottare solo ora l’imprenditore simbolo della mobilità elettrica quando non più tardi di qualche mese fa un’altra furia ideologica disarticolava la produzione industriale italiana ed europea – quindi il mercato – dell’auto a motore termico?
La soluzione è sempre la stessa e va ricercata nei problemi di chi si pone per negazione. Nella differenza abissale che corre tra l’alienazione del “ribelle” dedito all’arida distruzione e lo spirito rivoluzionario di chi – al contrario – lavora nelle pieghe del presente e tra le sfaccettature della realtà per costruire un futuro che sia (almeno) degno del nostro passato.
Marco Battistini