Roma, 9 mar – Rischio o opportunità? Se da un lato non può che far piacere il rinnovato attivismo italiano sul tema della politica estera dall’altro l’accordo che il governo si appresa a varare con Pechino sulla Belt and Road Initiative (Bri) o “Nuova Via della Seta” nasconde più di qualche insidia.


La sospetta fuga in avanti dell’Italia

A stupire, anzitutto, è la fuga in avanti dell’Italia. Saremmo il primo Paese del G7 a sostenere il progetto, con la firma al primo memorandum prevista per la fine di questo mese. Tempi molto ristretti, tanto più se si pensa che il tutto avviene senza alcuna forma di concertazione o dialogo con i nostri partner. Un atteggiamento che, vista la strategicità dell’opera, fa sorgere più di qualche dubbio.

La Nuova Via della Seta è un’opera strategica di portata immensa e dal costo di quasi 1000 miliardi di dollari, che ha nel Mediterraneo il suo sbocco naturale e quindi è logico che Pechino punti sull’Italia come perno all’interno del fu mare nostrum. Da Trieste a Genova, sono numerosi i terminali di approdo che possiamo fornire per il futuro delle rotte internazionali. Ma a quali condizioni?

Qui il dubbio diventa sospetto, a partire dalle bozze del memorandum circolate in questi giorni. Perché sì, le cifre in ballo sono impegnative e consentirebbero importanti investimenti infrastrutturali in parte a carico della Cina. Di converso, tuttavia, non è chiaro come i finanziamenti sarebbero erogati e se a ciò conseguisse un aggravio di debito da ripagare in diversa moneta. Vuoi con l’apertura di nuovi mercati (i nostri) alle merci cinesi, vuoi con lo sviluppo di ulteriori partnership industriali. Come quella, ad esempio, che già oggi lega le nostre infrastrutture strategiche a doppio filo alle controllate statali cinesi. Oppure con l’acquisto diretto di infrastrutture in loco: valga, per tutti, il 40% del porto di Vado Ligure già in mano alla Cosco.

“Nuova Via della Seta” in cambio del debito pubblico?

Il problema del memorandum è che, stando ad alcune indiscrezioni, sarebbe stato dall’Italia semplicemente recepito. Una sorta di assegno in bianco. In cambio di cosa? Magari di generosi acquisti sul debito pubblico, strada avviata dal ministro Tremonti e non sgradita all’attuale titolare del dicastero dell’Economia, Giovanni Tria. E nemmeno alla Cina, che da tempo usa la leva finanziaria – dagli Usa a Gibuti, passando per la Grecia (dove ha comprato il porto del Piero) e gli Stati dell’Asia centrale – per imporre la propria agenda.

Nicola Mattei

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