116921715__357345bKaw Thoo Lei, 10 nov – La vittoria della “democrazia” in Birmania è di sicuro un fatto eclatante nello scenario geopolitico del SudEst asiatico, un’ area in passato sconvolta da feroci dittature, sempre prontamente spalleggiate dalle potenze neo-colonialiste come Usa, Urss, o Cina che hanno per anni lottizzato la regione proponendosi o imponendosi come tutor di Cambogia, Vietnam, Tailandia, Laos e Birmania.


I benpensanti locali, Boldrini in testa non hanno perso tempo per saltare a bordo dell’ennesimo carro dei vincitori. Una voce differente sembra però arrivare da chi in tutti questi anni ha sempre combattuto la giunta militare con determinazione e costanza in prima linea per garantirsi il diritto all’esistenza.Gen-Ner-Dah-1

“Da parte dei gruppi armati etnici – ha dichiarato un portavoce della comunità Karen – c’è ovviamente molta attesa riguardo le future prese di posizione di Aung San Suu Kyi nei confronti del conflitto in corso con le minoranze nell’Est del Paese. Finora la “Lady” è stata molto cauta nelle sue dichiarazioni su questo argomento, forse per non innervosire i militari birmani, con i quali dovrà in ogni caso fare i conti anche in presenza di una schiacciante vittoria elettorale.” In più di un’occasione, i comandanti Karen contrari al cessate il fuoco hanno dichiarato che il giudizio su Aung San Suu Kyi si potrà esprimere soltanto quando governerà, e sulla base delle reali concessioni che farà alle minoranze. Hanno fatto sapere che ovviamente per loro in questo momento nulla cambia: “se i soldati birmani cercheranno di oltrepassare le linee da loro segnate troveranno ad accoglierli i fucili dei loro guerriglieri. Un soldato straniero che entra senza autorizzazione nei territori Karen resta un occupante, anche se a comandarlo é un premio Nobel per la pace”.

rohingyaAnche il Dalai Lama in passato ha usato parole critiche nei confronti della Lady di ferro birmana sia per le sue frequentazioni d’oltre atlantico: Obama e signora Clinton, sia per aver a poco a poco epurato dal suo partito tutti gli elementi considerati scomodi, minoranza musulmana in primis. Quest’ultima mossa le aveva fatto ottenere il favore degli ultra nazionalisti, e aveva insospettito gli analisti così come il silenzio ostentato difronte al massacro della minoranza Rohingya esclusa persino da queste “democraticissime” elezioni.

Rimane il fatto che qualcosa sta cambiando anche in Birmania e il paese rappresenterà un fattore di novità negli equilibri geopolitici della regione sudest asiatica. Vedremo però se la signora premio Nobel, l’eroina della democrazia, ribattezzata Orchidea di ferro dai suoi sodali, sarà veramente la garante di una rinnovata pace sociale in Birmania o se ci troveremo a commentare l’ennesima primavera colorata, questa volta di rosso birmano. Rosso sangue.

Alberto Palladino

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