Roma, 16 nov – E anche per Robert Mugabe, padre padrone dello Zimbabwe, pare sia giunta l’ora della pensione. Il presidente zimbabwiano, di fatto al potere da quando la guerriglia nera rovesciò il governo bianco di Ian Smith, nel 1980, è stato arrestato (per proteggerlo, stando a quanto riferiscono i comunicati ufficiali dell’Esercito) nel corso di un colpo di stato che nella giornata di mercoledì ha rovesciato il governo, per mettere al potere, se tutto andrà come previsto, l’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa, sollevato dall’incarico appena una settimana fa.


Mugabe, stando a quanto ha riferito il presidente sudafricano Jacob Zuma, che gli ha parlato al telefono nel corso della caotica giornata, starebbe bene, e si sarebbe definito “in custodia”. Praticamente agli arresti, anche se lo stesso partito di governo, lo Zanu PF, diretto erede della guerriglia che portò Mugabe al potere, sull’account ufficiale di Twitter, parla esplicitamente di “pacifica transizione”.

Il fatto che nemmeno il movimento giovanile del partito si sia mosso in difesa del Presidente lascia intendere che anche i sostenitori più accesi di Mugabe abbiano capito che era necessaria una scossa per evitare che salisse al potere sua moglie Grace, finanziariamente abbastanza potente da comprarsi il consenso di molti notabili – e il siluramento del vicepresidente Mnangagwa sarebbe frutto di queste manovre – ma sostanzialmente detestata da una parte maggioritaria del Paese, e del Partito. Il conflitto fra Grace e il partito di cui Mugabe è stato il capo indiscusso per quasi mezzo secolo è esploso nel 2014, e la first lady, che avrebbe optato per un prudente esilio in Namibia, sarebbe la grande sconfitta di questa giornata che ha visto i blindati della Zimbabwe Defence Force occupare i punti strategici della capitale Harare, e delle principali città.

L’interminabile dominio di Mugabe sarebbe quindi giunto al capolinea, con una nazione economicamente devastata (non è un caso che fra gli arrestati ci sia il ministro delle finanze, Ignatius Chombo), e divisa in correnti di potere, la più potente delle quali è quella dell’ex vicepresidente Mnangagwa, soprannominato “il coccodrillo” per la sua attitudine a non fare prigionieri. La situazione economica avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella crisi, con un Paese che da vent’anni a questa parte ha visto ridursi progressivamente ricchezza e tenore di vita, costringendo all’emigrazione quasi un quarto della popolazione. L’inizio di questa crisi coincide sostanzialmente con le politiche persecutorie attuate verso la minoranza bianca, erede dei coloni britannici che negli anni Settanta avevano dato vita alla Rhodesia del Sud, che costituiva nel 1999 l’1% della popolazione (circa 120.000 persone), e che deteneva il monopolio dell’agricoltura.

La scelta scellerata di Mugabe, che decise di assegnare ai dirigenti del partito le fattorie espropriate, portò in tre anni a un crollo verticale della produzione agricola, riducendo il Paese alla fame. Il principale rivale del Presidente, leader del Movement for a Democratic Change, Morgan Tsvangirai, lo sfidò più volte e fu sul punto di vincere le presidenziali del 2008, chiudendo in testa il primo turno e ritirandosi al ballottaggio a seguito di violenze scatenate dai sostenitori del governo. Tsvangirai perse poi le elezioni legislative del 2013, che confermarono al potere Mugabe e che, vista l’età del leader, allora quasi novantenne, aprirono la lotta di successione fra la consorte, quarant’anni più giovane, e il “delfino” Mnangagwa. La nuova tornata elettorale era prevista per il 2018. A quanto pare, però, l’Esercito ha deciso di giocare d’anticipo.

Mattia Pase

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