Roma, 17 ott – Il governo Gentiloni ha dato il via libera all’esercizio dei poteri speciali su Tim, vista la “sussistenza di una minaccia di grave pregiudizio per gli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale” determinata dal controllo della società da parte dei francesi di Vivendi. Questa la motivazione che avrebbe portato il governo a esercitare la cosiddetta golden power, per la prima volta dall’entrata in vigore della norma varata nel 2012 e inerente la tutela degli assetti societari di rilevanza nazionale.


In particolare, il decreto approvato nel consiglio dei ministri dello scorso lunedì prevede che nel board di Tim, Sparkle (la controllata proprietaria di un’importante rete internazionale in fibra ottica) e Telsy (altra controllata specializzata nella fornitura di apparati e sistemi di comunicazione criptati) sia nominata, con il gradimento dell’esecutivo, una personalità di “cittadinanza italiana”, che possegga il nulla osta di sicurezza (che consente la trattazione di informazioni riservate, rilasciata dalla Presidenza del Consiglio) e abbia “delega alle funzioni relative alle attività aziendali rilevanti per la sicurezza nazionale”. Non solo, perché tutte e tre le società dovranno avere al proprio interno una “organizzazione di sicurezza” (cosa che già oggi si verifica in tutte le più grandi aziende) diretta da un manager “scelto da una terna di nominativi proposti” dal Dis (organo di coordinamento dei servizi segreti). È inoltre previsto un comitato di cinque funzionari della Presidenza del Consiglio che monitorerà il rispetto delle norme e un potere di veto inerente le attività aziendali che dovessero portare, anche temporaneamente, un nocumento alle capacità tecnologiche e operative delle tre aziende in questione.

Un provvedimento che era stato ampiamente annunciato dal Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, come un’applicazione dei poteri speciali “equa ed equilibrata, non punitiva”. Verrebbe da aggiungere anche tardiva, dal momento che la partecipazione della holding presieduta da Vincent Bolloré aveva raggiunto la quota attuale già nel corso del 2016. Situazione che ha del resto permesso ai francesi, nel silenzio del governo, di cambiare i vertici dell’ex monopolista e con essi l’intera linea aziendale in materia di banda ultralarga, proprio quando la posizione dominante dell’ex Telecom Italia iniziava a essere messa in discussione dalla neonata joint-venture Enel-Cassa Depositi e Prestiti “Open Fiber”.

Ed è qui, sul futuro della rete di nuova generazione, oggi contesa fra Open Fiber e una sempre più innocua, almeno su questo fronte, Telecom Italia, che si gioca la partita più importante per il nostro sistema. Tanto è vero che, è già noto, l’interventismo del governo non dovrebbe fermarsi al provvedimento che da oggi permette ai servizi segreti un sensibile controllo di alcune attività aziendali, ma dovrebbe spingersi fino a decisioni inerenti la proprietà della rete, a oggi ancora sotto il controllo dei francesi.

Armando Haller

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