Roma, 29 mar – L’ex monopolista telefonico è sempre più nella melma. Dopo gli spagnoli di Telefonica e i francesi di Vivendi (a oggi in posizione di controllo con una quota inferiore al 25%), è la volta degli americani del fondo Elliot, pronti ad accelerare la fine di Tim, cioè di quella che, sotto il controllo statale, era fra le prime società di telecomunicazioni al mondo. Con una quota superiore al 5%, l’hedge fund statunitense ha infatti messo in discussione la gestione di Vivendi e proposto la sostituzione di sei membri del cda in quota francese. Con i nomi indicati per la successione che, secondo la stampa, sarebbero legati a Paolo Scaroni, ex ad di Enel ed Eni, oggi vicepresidente di Rotschild, e Luigi Bisignani, noto faccendiere di recente coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta P4.


Fra le criticità evidenziate dal fondo americano di Paul Singer emerge la costante sottostima del prezzo delle azioni (-35% da quando i francesi sono entrati nel cda), cui gli americani vorrebbero rimediare cedendo la rete in rame e una quota della controllata Sparkle. Il tutto con l’obiettivo primario di ridurre il pesante debito che grava sui conti dell’operatore e tornare alla distribuzione dei dividendi azionari. In altre parole, si tratterebbe di svendere l’asset più importante in mano a Telecom che, oltre a garantire l’enorme debito accumulato a margine di una privatizzazione fallimentare, permette di impiegare una forza lavoro di 60mila dipendenti. Per non parlare di Sparkle, che ai noti profili di sicurezza affianca ricavi annuali intorno al miliardo.

Una liquidazione in grande stile, che almeno dovrebbe ricondurre la rete in rame nell’alveo pubblico: il controllo della società in cui confluirebbe l’asset dovrebbe infatti essere della Cassa Depositi e Prestiti, già proprietaria insieme a Enel di OpenFiber (società destinataria di tre miliardi di fondi pubblici per la costruzione di una rete in fibra ottica nelle aree meno remunerative del Paese). Tale società, almeno a oggi, non può tuttavia operare sul mercato al dettaglio per cui si limiterebbe a offrire l’utilizzo della rete ai tradizionali operatori fissi: un modello di business decisamente ambizioso, con pochi precedenti al mondo e non sempre di successo. Un’avventura, sostenuta con soldi pubblici, di cui non si sentiva il bisogno. L’eventuale cessione della rete da parte di Telecom avrebbe quindi l’effetto immediato di eliminare il più pericoloso concorrente della neonata joint venture Enel-Cdp, a oggi ancora in fase di faticoso rodaggio. Un’operazione che vedrebbe il favore dell’uscente ministro per lo sviluppo economico: “È un progetto coincidente con quello che noi intendiamo fare per l’interesse pubblico”, ha commentando Carlo Calenda, che ha aggiunto: “Mi pare che anche Tim si fosse orientata in questo senso”. È infatti di inizio settimana la notizia che l’ex monopolista ha presentato all’Autorità per le Comunicazioni il proprio piano di separazione volontaria della rete, di cui l’azionista francese vorrebbe tuttavia mantenere il controllo.

La battaglia fra Vivendi e il fondo Elliot è ora fissata al 4 maggio, quando Tim sarà chiamata al rinnovo dell’intero cda. Nel frattempo, per fronteggiare la manovra americana, si è registrata la dimissione in massa dei consiglieri di Vivendi, azione attualmente sotto la lente d’ingrandimento della Consob, l’autorità di vigilanza sulla borsa. Ciò detto, il destino del colosso italiano sembra ormai segnato: a pesare è sia l’incertezza proprietaria (che da decenni si traduce nella mancanza di continuità gestionale, ancor più grave in un settore ad alta intensità di investimenti), sia un fronte governativo favorevole allo spezzatino: l’attuale esecutivo è al termine, ma i grillini non hanno mostrato un orientamento differente.

Armando Haller

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