Roma, 24 dic – Con l’approvazione del maxiemendamento che riscrive una (buona) parte del testo, si può dire concluso l’iter di approvazione della manovra finanziaria per il 2019. La prima del governo Lega-M5S, i quali dimostrano come il passo dalla tentata rivoluzione anti-Ue al ritorno mani e piedi all’interno del sentiero dell’austerità possa essere brevissimo.
Eppure i presupposti sembravano di tutt’altro tipo. La nota di aggiornamento al Def dello scorso autunno tracciava un quadro, sia pur non ottimale, quantomeno da guardare con interesse. L’eredità, specialmente in termini di promesse nei confronti di Bruxelles, lasciata dal duo Gentiloni-Padoan, era pesantissima. Il percorso di aggiustamento concordato in sede Ue prevedeva infatti un deficit allo 0,8% l’anno prossimo, con il suo azzeramento entro il 2020. La mini-rivoluzione del nuovo esecutivo cambia alcune delle carte in tavola – come noto, il deficit viene alzato al 2,4% – ma senza intaccare alle fondamenta alcuno dei pilastri fondamentali.
Fra questi, a far capolino è soprattutto il saldo primario. L’indicatore cioè che segnala, forse sinteticamente ma meglio di tutti altri, quale sia la logica sottostante alla manovra. In presenza di un avanzo primario – vale a dire, al netto degli interessi sul debito, che le entrate superano le uscite – siamo di fronte ad una politica improntata all’austerità, in caso contrario la finanziaria può invece dirsi espansiva. Questo a prescindere dalle misure, più o meno buone, inserite nella stessa: ciò che fa fede è, in ultima analisi, l’entità del saldo finale dei conti pubblici. Ebbene, se l’accordo del precedente esecutivo lo portava per il 2019 al 2,7% del Pil, la Nadef firmata dal ministro Tria lo abbassava ma lasciandolo comunque in territorio positivo all’1,8%, destinato poi a crescere di ulteriori decimali fino al 2,1% del 2021 (3,7% con Padoan). Fanno, ogni anno, circa 20 miliardi netti tolti dall’economia e dal mercato interno. Meno di prima, certo. Ma non per questo possiamo dire che la manovra non sia improntata all’austerità. I suoi valori, peraltro, sono perfettamente in linea con quelli che l’Italia  fa registrare dal 2012 ad oggi. Trovare un qualche “cambiamento”, per usare la parola cara alla narrazione dei gialloverdi, sembra insomma molto dura.
Tanto più che, dopo la lunga trattativa con Bruxelles che ha ridotto il deficit programmato dal 2,4 al 2,04%, a cascata si sono prodotti aggiustamenti su tutti gli altri indicatori di finanza pubblica. L’accordo raggiunto con la Commissione diventa così la pietra tombale sulle speranze di chi credeva che bastasse battere i pugni sul tavolo dell’Ue per ottenere qualcosa. Il saldo primario sale infatti al 2,5% l’anno prossimo e fino al 2,9% del 2021 (supera agevolmente i 30 miliardi), non troppo distante da quanto concordato dal precedente governo a guida Pd. E intanto ci si porta dietro tutte le misure di aggiustamento che parlano di oltre 4 miliardi in meno per i due cavalli di battaglia degli azionisti dell’esecutivo (reddito di cittadinanza e quota 100), altrettanti vengono sottratti agli investimenti pubblici (nonostante questi abbiamo, almeno stando al modello econometrico usato dal ministero dell’Economia, un effetto moltiplicatore fra i più alti) e in ultimo le immancabili svendite di Stato che comporteranno cessioni di immobili per un miliardo di euro. Il tutto con la “mina” delle clausole di salvaguardia pronte a scattare su Iva e accise: più di 50 miliardi che dovranno essere trovati – verosimilmente attingendo ad altri capitoli di spesa – entro i prossimi due anni.
Filippo Burla


5 Commenti

  1. il terrorismo mediatico interno e dell’eu ha vinto e ritorniamo al solito posto che ci spetta, schiavi di eu e poteri forti.
    m5s almeno ci ha provato.
    la lega ha ancora una forte zavorra con i mafiosi del pdl

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