Londra, 15 sett – Il Consiglio di amministrazione della Borsa di Londra (London Stock Exchange) ha rigettato all’unanimità la proposta di acquisto avanzata dalla Borsa di Hong Kong (Hkex) per 39 miliardi di dollari (inclusi 2 miliardi di debiti), dichiarando che «non vede alcun beneficio» nel portare avanti i colloqui. Con uno scarno comunicato gli inglesi hanno respinto al mittente l’offerta dell’ex colonia britannica.


L’offerta dei cinesi per la Borsa di Londra

La fusione anglocinese è morta prima di nascere. Tutto è avvenuto nel giro di 48 ore. Per comprendere quanto è avvenuto è necessario riportare i dettagli dell’offerta. Hong Kong Exchanges and Clearing offriva 20,45 sterline per azione della Borsa di Londra e 2.495 nuove azioni del suo gruppo, valorizzando la City londinese (83,61 sterline per azione). Per i 354.471.415 titoli del gruppo di mercato, ciò avrebbe significato 29,6 miliardi di sterline e 31,6 miliardi di sterline, inclusi debito e altre rettifiche.

Secondo i calcoli della Borsa di Hong Kong tale fusione creerebbe un gruppo dal valore di oltre 70 miliardi di dollari con “una base globale, attività diversificate, idealmente posizionate per sfruttare il mutevole panorama macroeconomico globale, collegando i mercati occidentali con i mercati finanziari orientali emergenti, soprattutto in Cina”.

Insomma, tutti avrebbero guadagnato da questo progetto. C’è da chiedersi il motivo di questa mossa. Tra i tanti commenti è da segnalare quello Anna Kunkl, partner di Be consulting ed esperta di mercati finanziari, su Il Sole 24 Ore. Per la Kunkl tutto può essere spiegato dai nuovi modelli di business: “In questo momento si è assistito alla forte concorrenza dei mercati alternativi rispetto alle Borse tradizionali. Dunque, la ricerca di economie di scala, a fronte della concorrenza al ribasso ad esempio sulle commissioni per il trading, ha spinto anche fuori dal Vecchio continente le aggregazioni. La proposta di Hong Kong si inserisce in questo filone”. Il comunicato di Hong Kong fu diffuso l’undici settembre. In perfetto stile british, la Lse ha risposto che avrebbe vagliato la proposta, ma di fatto l’hanno liquidata in 48 ore. Vediamo perché.

Le ragioni del rifiuto

La piazza londinese, in una sua nota ha precisato che “vi erano diversi dubbi relativi agli aspetti chiave dell’offerta di Hong Kong”. Il London Stock Exchange ha poi aggiunto che la società continuerà a “concentrarsi sull’acquisizione di Refinitiv”, fornitore globale di dati e infrastrutture per la gestione dei mercati finanziari e che l’operazione “è sulla buona strada per concludersi nella seconda metà del 2020”. Refinitiv, concorrente diretto di Bloomberg, è di proprietà congiunta del fondo Blackstone, che detiene una partecipazione del 55%, e di Thomson Reuters (che controlla il restante il 45%). Insomma, la dirigenza di Lse ha altro per la testa.

I cinesi non l’hanno presa affatto bene. La piazza asiatica ha infatti rilasciato un comunicato in cui afferma di ritenere l’offerta una possibilità strategica altamente convincente e di aver sperato di poter intavolare delle trattative con la Lse senza aver però trovato un terreno favorevole per il dialogo. La Borsa di Hong Kong aggiunge poi che avrebbe voluto discutere meglio e più approfonditamente i termini della proposta, per spiegare per quale motivo ritenessero la loro offerta migliore rispetto all’acquisizione di Refinitiv. Il comunicato si conclude sottolineando che “HKEX ritiene che gli azionisti di LSEG dovrebbero avere l’opportunità di analizzare in dettaglio entrambe le transazioni e continueranno a impegnarsi con esse”.

Una lettura più attenta di questa vicenda ci fa capire che questa scelta non è solo frutto di calcoli economici. Hong Kong, nonostante abbia una certa autonomia rispetto a Pechino, è di fatto territorio cinese. Probabilmente Trump non l’avrebbe presa bene. L’asse Londra-Washington oggi è più che mai necessario ai sudditi di Sua Maestà. Downing Street ha bisogno di alleati forti durante la trattativa per la Brexit.

Il legame tra Londra e Milano

Questa vicenda non riguarda solo il Regno Unito e la sua ex colonia. La Borsa di Londra, infatti, controlla anche quelle di Milano e di Francoforte. Piazza Affari rappresenta uno dei principali investimenti della società londinese – con il bilancio 2018 ha distribuito una cedola di 128 milioni – a partire innanzitutto da Mts (Mercato telematico dei titoli di stato). Un vero e proprio asset strategico per l’Italia.

Lecito dunque chiedersi come si sarebbe comportato l’esecutivo se la London Stock Exchange avesse stretto un patto con i cinesi. Probabilmente Conte, che ha ricevuto l’endorsement da parte del presidente Trump, si sarebbe messo di traverso. In questi casi il governo si può avvalere della golden share (la quota del capitale sociale che attribuisce al detentore particolari privilegi). Il riferimento è a uno specifico istituto che riguarda la governance, ovvero l’insieme delle regole di governo, delle aziende che sono state oggetto di processi di privatizzazione. Nel perimetro dell’esercizio della golden power ci sono anche le infrastrutture critiche o sensibili, tra cui immagazzinamento e gestione dati e infrastrutture finanziarie. Il problema è che lo avrebbe fatto solo per fare un favore ai cugini americani, così come ha fatto per il 5G. Una legge che non ha impedito la svendita del patrimonio pubblico. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

Lse dal 2007 è la holding di controllo integrale della Borsa Italiana. Piazza Affari è stata ceduta a Londra dopo il disimpegno di tutte le grandi banche italiane azioniste. A benedire queste nozze c’era Mario Draghi, allora presidente della Banca d’Italia e già vicepresidente della Goldman Sachs a Londra. Ed è anche grazie a lui se siamo in tribuna a fare il tifo, mentre altre potenze straniere decidevano le sorti della nostra nazione.

Salvatore Recupero

Commenta