DRAGHIFrancoforte, 27 ott – Il logorio della vita moderna colpisce anche gli istituti di credito. A qualche banchiere è andato di traverso il pranzo domenicale. Alle ore dodici del ventisei ottobre, infatti, sono stati resi pubblici i risultati dello stress test a cui sono state sottoposte ben centotrenta banche. Questa è stata la prova del fuoco.  I signori della finanza dovevano dimostrare di avere un capitale pari almeno all’otto per cento dell’attivo in situazioni normali e al cinque sotto stress. Per capirci è un po’ come l’elettrocardiogramma sotto sforzo.


Vediamo ora chi ha superato questa prova. Riportiamo il lancio dell’agenzia Reuters: “Circa una su cinque tra le principali banche europee non sono riuscite a superare gli stress test della Bce nella fotografia scattata a fine 2013, anche se la maggior parte ha già posto rimedio ai propri problemi finanziari, secondo quanto ha detto la stessa Bce. Secondo l’Eurotower i problemi più consistenti sono stati riscontrati in Italia, a Cipro e in Grecia ma mancano all’appello soltanto 10 miliardi di euro. Il settore finanziario italiano è quello che più preoccupa con nove banche bocciate agli stress test. Monte dei Paschi conta la più alta carenza di capitale a 2,1 miliardi di euro, nonostante gli sforzi per raccogliere altri fondi quest’anno”.

Ma perché è così importante questo test? Cerchiamo di vederci chiaro. La Banca Centrale Europea arriverà a prestare alle banche nei prossimi due anni mille miliardi di euro. Questo finanziamento avverrà con obbligo di restituzione a quattro anni, a un tasso fisso dello 0,25%. Il finanziamento è condizionato alla concessione di prestiti all’economia reale: dopo i primi due anni, le banche che non lo abbiano fatto dovranno restituire i fondi. Acquistando queste obbligazioni, garantite da crediti ipotecari nel settore pubblico, la BCE intende aumentare le dimensioni del suo bilancio e la domanda in Europa.

La BCE non si limiterà a comperare obbligazioni di un unico paese. Al contrario, il programma verrà eseguito in maniera uniforme e decentralizzata.

Oltre agli acquisti di attivi, per aiutare la crescita nella Zona euro, la Banca centrale europea ha in previsione un programma di acquisto di titoli legati ad attivi e una serie di prestiti a tasso fisso accordati alle banche.

Lo stress test, dunque, serve per capire se le banche saranno all’altezza del compito loro affidato.

Non è bastato l’egregio lavoro svolto dai banchieri in questi anni di crisi economica. La BCE affiderà così un eroinomane al suo spacciatore.

Il pio Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, continua a immettere in un corpo malato iniezioni di liquidità. La bontà per Draghi è un fattore genetico. Ha ereditato dalla madre la propensione alla filantropia. La mamma del signor Draghi è sempre stata una donna buona o una buona donna che dir si voglia.

Il messaggio che lancia alla politica europea è chiaro: ognuno faccia la sua parte. Gli stati nazionali si devono impegnare a ridurre il debito portando avanti politiche fiscali restrittive. E già son finiti i tempi delle vacche grasse!

Tuttavia è difficile pensare che maggiori prestiti arrivino alle famiglie ed alle imprese. Il motivo è molto semplice. Le decisioni d’investimento e di acquisto dipendono non dai tassi d’interesse ma dalle aspettative.

Facciamo qualche esempio concreto. Un imprenditore italiano, indebitato fino al collo da imposte indirette e dirette, può permettersi il lusso di rendere più competitiva la sua azienda? Sicuramente no. Oggi, chi si assume il rischio d’impresa è più orientato al risparmio e al consolidamento dei debiti pregressi piuttosto che all’investimento. Stesso discorso vale per le famiglie. Ed è proprio su questo punto che scatta il trappolone. Il Liquidity trap di cui parla John Maynard Keynes. Il noto economista ha affermato che: “L’inefficacia della politica monetaria nelle situazioni in cui il mercato si dimostra poco reattivo alle variazioni del tasso d’interesse. In questo caso l’economia esprime una capacità produttiva lontana da quella potenziale nonostante un costo del denaro talmente basso da stimolare, almeno in teoria, consumi e investimenti”. In parole povere: tassi troppo bassi, investimenti in frigorifero, prevedibile ulteriore frenata per un’economia già debole, redditi in calo, consumi sempre più ridotti in attesa di tempi migliori. Che possono anche tardare ad arrivare.

Quando la politica monetaria è inefficace, la ricetta keynesiana classica suggerisce di stimolare l’economia attraverso la politica fiscale.  Una riduzione di tasse o un aumento di spesa pubblica possono riavvicinare il reddito al livello di pieno impiego. E invece no. Non è così nell’Eurozona. Il combinato disposto tra politiche monetarie espansive e politiche fiscali restrittive ha reso l’Europa prigioniera dell’austerity.

Se il contribuente teme una futura diminuzione del suo reddito perché dovrebbe chiedere un prestito? Certo, siamo stati costretti a stringere la cinghia a causa del nostro debito. Ma le strade percorse negli ultimi venti anni sono state del tutto inefficaci. Più calava la spesa dello Stato e più cresceva il debito. Abbiamo, allora, due possibilità. La degradazione crescente dei servizi sociali pubblici, la prolungata stagnazione economica, l’elevatissima disoccupazione strutturale. Oppure, possiamo rinegoziare il debito. In maniera analoga, senza un processo di ristrutturazione del debito contratto dagli attori del settore privato – ancora più indebitato di quello pubblico – non sarà possibile nemmeno che la politica economica possa propiziare un cambio di passo significativo né dei livelli di investimento né dei consumi. Non sarà la ripresa economica che faciliterà la riduzione del livello di indebitamento di imprese. Piuttosto, la ristrutturazione del debito delle aziende e, specialmente, delle ipoteche, è la via necessaria per il rilancio della domanda interna. L’obiettivo è recuperare un livello di indebitamento e un sentiero di sostenibilità dello stesso che renda possibile il recupero dei livelli di benessere della popolazione. Non è difficile. È sufficiente non farsi dettare l’agenda delle riforme dai nostri creditori. Virgilio diceva: “Tìmeo Dànaos et dona ferentis”. Se siamo sprovvisti di patriottismo, almeno speriamo di conservare un briciolo d’amor proprio.

Salvatore Recupero

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