Roma, 19 nov – Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro e Intesa San Paolo sono state multate per anatocismo. Con questo termine s’intende la produzione di interessi da parte di interessi scaduti e non pagati su un debito pecuniario. In pratica, se io ho un debito con una banca di cento euro con un tasso del 5% e non restituisco nulla, con questo sistema dall’anno successivo, gli interessi si calcolano non più su cento euro ma su centocinque euro. Si tratta di un meccanismo degno del peggior usurario che però di fatto è stata una prassi consolidata per alcuni istituti di credito.


Eppure nel nostro ordinamento non dovrebbe esistere nulla di simile. L’articolo 1283 del Codice Civile (R. D. 16 marzo 1942, n.262) parla chiaro: “Gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, purché siano interessi dovuti da almeno sei mesi. Pertanto, il giudice potrà condannare al pagamento degli interessi su interessi nel caso in cui venga provato che, alla data della domanda giudiziale, erano già scaduti gli interessi principali” La ratio della norma era quella di preservare il debitore dalla possibile usura (644 c.p.). Ecco perché stabilisce che la capitalizzazione degli interessi può avvenire solo in base a precisi presupposti di legge. Correva l’anno 1942, l’Italia era dilaniata dalla bombe, eppure il legislatore cercava di ostacolare ogni forma di usura. Con l’avvento della democrazia ci sono voluti quasi sessanta anni e svariate sentenze della Consulta e della Cassazione per rendere esecutivo il divieto di far pagare gli interessi sugli interessi. La legge di Stabilità del 2014 modificando l’articolo 120 del Testo Unico Bancario ha stabilito che: “Gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”.  Ad agosto 2016 il divieto di anatocismo che era uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra. Infatti, la delibera del CICR (Comitato Interministeriale Credito e Risparmio) reintrodusse (seppur con qualche paletto) la ricapitalizzazione degli interessi che era stata vietata nel 2014”.

E veniamo ai giorni nostri. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella sua adunanza del 31 ottobre 2017, ha sanzionato, deliberando la chiusura di tre procedimenti istruttori per pratiche commerciali scorrette, UniCredit S.p.A. (5 milioni di euro), Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. (4 milioni di euro) e Intesa San Paolo S.p.A. (2 milioni di euro) per un ammontare complessivo di 11 milioni di euro.

Detta così sembrerebbe una vittoria del Diritto contro le banche. Basta leggere attentamente il pronunciamento della suddetta authority per capire che le cose non stanno affatto così. Le tre banche sono accusate di aver esercitato condotte aggressive, in violazione degli articoli 24 e 25 del Codice del Consumo. Tali condotte sono state poste in essere in un “quadro normativo in evoluzione che attualmente ne consente l’applicazione solo ed esclusivamente per gli interessi che il cliente autorizzi preventivamente ad addebitare sul conto corrente”. Gli istituti di credito multati sono accusati di “aver portato avanti una strategia all’acquisizione delle autorizzazioni all’addebito in conto corrente nei confronti della clientela adottando varie strategie con le quali i clienti sono stati sollecitati a concedere l’autorizzazione”.

Nessuna condanna dell’anatocismo dunque, ma solo una multa per non aver informato bene i loro clienti. Il messaggio è chiaro: la prossima volta siate più furbi. Tale pratica usuraia non viene condannata in quanto tale, ma solo perché viene imposta in modo ingannevole. D’altra parte non ci si poteva aspettare nulla di diverso da un’authority che deve vigilare sul rispetto della concorrenza. Chi, invece per statuto ha il dovere di vigilare sul credito ha preferito guardare altrove. La Banca d’Italia poteva esercitare la potestà prevista dall’art. 128 del Testo Unico Bancario, per: “inibire ai soggetti che prestano le operazioni e i servizi disciplinati dal presente titolo, la continuazione dell’attività, anche di singole aree o sedi secondarie, e ordinare la restituzione delle somme indebitamente percepite e altri comportamenti conseguenti”.

Il governo dal canto suo preferisce non intromettersi nei rapporti tra banche e imprese. Quando la politica latita, però, vige la legge del più forte. Dai calcoli sugli impieghi ricapitalizzati con l’illecito anatocismo, effettuati dagli esperti contabili Adusbef, si evince “un indebito lucro, solo per i fidi alle imprese di 2.410 miliardi di euro dal 1 gennaio 2014 al 31 ottobre 2016 (ossia 811,830 mld di euro nel 2014; 808,338 nel 2015; 790,085 mld di euro tra il 1 gennaio ed il 30 settembre 2016), di 34,33 euro ogni 1.000 euro di scoperto, quindi una somma da rimborsare o compensare, approssimata per difetto, tra 6,7 e 7,8 mld di euro”. Alla luce di quanto detto, è fin troppo evidente che non bastano mille di queste multe per ripagare il danno alla nostra economia.

Salvatore Recupero

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  1. Attenzione: i dati in migliaia di miliardi si riferiscono al totale dei prestiti e non al guadagno delle banche, che, comunque, hanno illecitamente applicato l’anatocismo.

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