Roma, 21 mag – Al Tayar, la Corrente. Il nuovo romanzo di Mario Vattani, diplomatico e poliedrico artista, musicista e scrittore, è uscito proprio oggi edito da Mondadori. Ritroviamo ancora Alessandro Merisi, protagonista di Doromizu, il romanzo d’esordio di Vattani. Stavolta lo troviamo a Il Cairo, con il compito di trafugare dei farmaci per riscattare un debito che lo tiene incatenato. Qui verrà sedotto dal fascino di una metropoli morente ma che nasconde il sonno dei millenni e verrà trascinato in un vortice di criminali spietati, traffico di organi, riti sacrificali e donne dal fascino misterioso, su una sottile e affilata lama che separa il trionfo e una nuova rinascita da una rovinosa e interminabile caduta. Abbiamo intervistato Mario Vattani per farci raccontare il suo nuovo lavoro e soprattutto ciò che sta dietro di esso.


Dopo le acque torbide di Doromizu, la corrente inarrestabile di Al Tayar, paragonata al flusso inarrestabile del Nilo. Sappiamo che le acque torbide rappresentavano una “discesa negli inferi” necessaria per poter distillare la purezza e potersi specchiare anche nel putridume. Anche questo titolo e quindi l’intera storia fanno forse riferimento a un percorso iniziatico?

Forse il tema della scelta tra il lasciarsi andare e invece l’agire sul proprio destino è rimasto un tema di fondo importante e ricorrente. Ma la situazione è quasi speculare: laddove in Doromizu il protagonista conosce Tokyo e ci accompagna, quasi ci guida in quel mondo dove sembra muoversi con facilità, in Al Tayar ci troviamo con Alex in un contesto molto più ampio, che non conosce e che quindi anche noi non conosciamo. Il cielo sulla nostra è molto più ampio, e siamo circondati da un’armonia affascinante di cui dobbiamo lentamente a imparare il ritmo, pagina per pagina. Il percorso esiste, certo, ed è severo e brutale. Qui si trova lo specchio in cui si riflette l’anima, è il giudizio di sé stessi e delle proprie responsabilità, alle quali in definitiva non si può sfuggire. Non è detto come e quando ci si troverà di fronte ai risultati delle proprie azioni, ma in ogni modo nel cammino di Al Tayar non c’è spazio né per le scuse né per il perdono.

Doromizu era ambientato in Giappone, che come sappiamo è un po’ la tua seconda, se non addirittura prima casa. Come mai per questo libro hai scelto l’Egitto?

L’Egitto è stata la prima sede in cui mi sono trovato a dirigere un ufficio italiano all’estero per conto mio. Avevo meno di trent’anni, ero Console, e per me è stata un’esperienza che mi ha trasformato. Pochi mesi al Cairo e non ero più la stessa persona. L’Egitto ha cambiato il mio modo di vedere il mondo. Penso sempre che il mio primo vero impatto con l’Oriente sia stato in Egitto, e che poi da quel momento non sono più tornato indietro.

Protagonista sarà sempre Alessandro Merisi, l’Alex di Doromizu in cui abbiamo capito che in qualche modo ti identifichi tu stesso. Puoi dirci se questo sarà il seguito di Doromizu o un suo prequel oppure anche questo fa parte del mistero che non può essere svelato prima della lettura del libro?

La mia “identificazione” con Alex avviene esclusivamente attraverso l’incantesimo del racconto. Riesco a vedere attraverso i suoi occhi, a partecipare alla sua vita quotidiana, e mi piace che lo faccia anche il lettore. In realtà io ho poco in comune con lui. Ma mi piace l’idea di rendere il lettore complice – come me – delle scelte e delle decisioni di un protagonista la cui unica morale in certi momenti sembra quella di “dare il meglio di sé” qualsiasi cosa stia facendo, anche la più inquietante. Al Tayar, anche se viene pubblicato dopo Doromizu e ha lo stesso protagonista, esiste come una storia a sé. I due libri stanno in piedi da soli, come la luna piena e la luna nuova, l’ombra e la penombra.

Chiunque ami le tue canzoni sa quanta attenzione poni al piano spirituale e metafisico. Girando per il sito del libro leggiamo alcune “parole chiave” con frasi tratte dal romanzo: tra esse “Origine” in cui la frase richiama alla resurrezione e a una nuova vita, “Anima” con la contrapposizione tra i moderni “sacchi di fango” e le antiche figure immortali dei templi egizi e “Città” in cui si fa riferimento a una armonia e ad un equilibrio che rendono perfetto anche un insieme di singoli pezzi rotti. Fanno riferimento al significato profondo della nuova avventura di Alex?

L’Egitto è un luogo dove il tempo si trova impresso in tutte le cose, e proprio per quello ha un significato relativo. Così ci si trova contemporaneamente nel passato remoto e nel momento attuale. Lo scorrere delle ore, dei giorni, avviene in modo imprevedibile, basta voltare un angolo, basta una mezz’ora in automobile. Ho voluto rendere questa magia nel racconto, cucendo insieme l’avventura di Alex con l’ago e il filo di un continuo passaggio tra le membrane che compongono i quartieri del Cairo, il deserto, il delta del Nilo, l’oasi del Fayoum. Ma sempre, sullo sfondo di una vicenda che altrimenti è tipicamente “noir”, vi è la presenza di qualcosa di ancora più antico, talmente antico da risultare incomprensibile, perché la sua origine è nei millenni, eppure è una presenza profondamente umana.

Come in Doromizu, la copertina di Al Tayar raffigura una (bellissima) donna. Abbiamo visto come le tre donne incontrate da Alex a Tokyo (Aya, Megumi e soprattutto Tomomi) siano state indispensabili per il suo percorso di crescita e iniziazione. Nel sito del nuovo romanzo troviamo riferimenti a danze sensuali dagli echi inequivocabilmente rituali e quasi sciamanici e a una voce femminile che può far rinascere e far “capire il significato dei simboli”. Immagino quindi che anche qui ci saranno donne che avranno il ruolo di “guida” o di chiave spirituale.

Quando ho vissuto al Cairo, tra il 1998 e il 2001, mi sono profondamente innamorato dell’Egitto. Vorrei che ogni lettore di Al Tayar se ne innamorasse come me. Le donne che compaiono in questo romanzo hanno un ruolo fondamentale, quale che sia la durata o il peso apparente della loro presenza. Il loro ruolo può esprimersi in una telefonata, in una maledizione, in una danza, in una canzone, nella dolcezza di un dono infantile. Ma sicuramente ognuna di loro incarna una raffigurazione di quella corrente in cui non si può far altro che lasciarsi andare, anche a costo di perdere l’anima.

a cura di Carlomanno Adinolfi

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