Roma, 18 mag – La presenza al Salone del Libro di Torino della casa editrice Altaforte ha suscitato le ire dei cosiddetti antifascisti, che non hanno mancato di far sentire la loro voce: Altaforte, vicina agli ambienti di Casapound, è stata immediatamente accusata di fascismo e la sua presenza al Salone è stata subito contestata. Molti intellettuali hanno manifestato il loro disappunto e l’aria si è fatta ancora più elettrica quando il sindaco di Torino Chiara Appendino e il presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino hanno presentato alla Procura di Torino un esposto per apologia di fascismo.


L’accusa di fascismo è stata usata non soltanto per attaccare la casa editrice ma anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, quando si è scoperto che il libro-intervista scritto Chiara Giannini è stato pubblicato con la casa editrice Altaforte. Arrivati a questo punto, tutta la retorica antifascista ha dato il meglio di sé (si fa per dire). Si è assistito a scene insulse: gente che cantava “Bella ciao”, intellettuali che gridavano al ritorno del fascismo, giornalisti che intervistando il Ministro lo accusavano implicitamente di avere posizioni filo-fasciste, ecc.

Queste manifestazioni spingono ad una riflessione rispetto alla retorica antifascista e al meccanismo che sta alla base dell’accusa di fascismo. Bisogna porsi due domande: che cosa significa, realmente, l’accusa di fascismo? E, in secondo luogo, perché oggi tale accusa è tornata in auge, manco fossimo nell’immediato dopoguerra?

Per rispondere alla prima domanda bisogna considerare il meccanismo semantico che riguarda la parola “fascismo”. Questa parola denota un preciso movimento politico italiano, nato il 23 marzo del 1919 a Milano con la fondazione dei Fasci di Combattimento e conclusosi formalmente il 25 luglio 1943 con il voto di sfiducia a Benito Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo. Data questa accezione, non è chiaro che senso abbia dichiararsi antifascista, a meno che con “antifascismo” non si intenda fare riferimento ad un giudizio storico: essere antifascista significa giudicare in modo negativo (qualsiasi cosa ciò significhi) il periodo storico del fascismo, così come essere anticarolingiano significa (o significherebbe, se tale parola fosse usata) giudicare negativamente il periodo dell’Impero di Carlo Magno. Allo stesso tempo, per contro, dichiararsi fascista non significherebbe altro che dare un giudizio positivo (qualsiasi cosa ciò significhi) del fascismo, mentre non significherebbe necessariamente auspicare un ritorno del fascismo, così come dichiararsi carolingiano significherebbe dare un giudizio positivo dell’Impero di Carlo Magno e non promuovere, invece, un ritorno di tale impero. Ci si potrebbe domandare, allora, per quale ragione se uno va in giro a dichiararsi “carolingiano” non rischia niente (o al più rischia di essere deriso), mentre se uno si dichiara pubblicamente fascista rischia l’accusa di apologia di fascismo.

Non si può certo rispondere dicendo che chi si dichiara fascista favorisce, seppur indirettemante, il ritorno del Fascismo. Questa proposta è tanto assurda quanto sostenere che uno che si dichiara carolingiano favorisce il ritorno dell’Impero di Carlo Magno. Eppure, proprio tale proposta sembra essere presupposta nell’accusa di apologia di fascismo: sembra insomma che tale accusa e il corrispondente reato presuppongano la possibilità di un ritorno del Fascismo. Ma è, oggi, una possibilità effettiva? Non pare. Non a caso, la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione e la Legge Scelba del 1952 parlano del “disciolto partito fascista”, a ricordare che si fa riferimento, anche quando si ipotizza il reato di apologia di fascismo, del Fascismo del Ventennio e dei suoi specifici principi e valori. Ora, al di là degli innumerevoli dubbi sollevati rispetto alla legittimità costituzionale della Legge Scelba (essa violerebbe i principi costituzionali di libertà associativa e di libertà di manifestazione del pensiero), bisogna ricordare che il legislatore è stato acuto nel sottolineare che si parla del disciolto partito fascista, onde evitare generalizzazioni che renderebbero sfumati i confini fra l’apologia del fascismo e la manifestazione di un pensiero di destra (nemmeno la Legge Mancino del 1992 è riuscita a eludere tale precisazione: cfr. la sentenza della Corte di Cassazione 8108/2018): fare il saluto romano, esprimere una posizione “revisionista” rispetto al Fascismo, apprezzare la figura di Benito Mussolini, ecc. non costituisce reato, a meno che tali comportamenti non siano accompagnati da un’effettiva volontà e azione preposte alla ricostituzione del partito del Ventennio. In altre parole, la libertà di pensiero e opinione è garantita. Questo spiega perché in passato partiti come il Movimento Sociale Italiano, poi tramutato in Alleanza Nazionale, che seguiva il principio enunciato da Augusto De Marsanich «non rinnegare, non restaurare» non fu perseguito legalmente e poté entrare in parlamento.

Gli antifascisti che hanno sempre pronta in bocca l’accusa di fascismo dovrebbero studiare prima di parlare e avere almeno un’idea di ciò che prevede la legge. Se oggi in Italia esiste un atteggiamento censorio è il loro: escludere Altaforte dal Salone e accusare pubblicamente Salvini di fascismo rappresentano niente di meno che abusi, violenze e prepotenze nei confronti di chi manifesta liberamente e legalmente il suo pensiero. La parola “fascista” è oggi usata in un senso generale, per attaccare chiunque manifesti idee contrarie alla logica del politicamente corretto. Questo non sarebbe grave se non fosse che le accuse di apologia di fascismo campate per aria hanno un peso anche nel comportamento delle istituzioni, come dimostra l’esposto di cui si è detto all’inizio. Questo comportamento non soltanto presuppone un atteggiamento tutt’altro che tollerante nei confronti del libero pensiero (in barba ai principi di libertà di opinione e parola sanciti dalla Costituzione) ma dimostra anche quanto le generalizzazioni siano facili persino per chi rappresenta le istituzioni.

Edoardo Santelli

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