Roma, 24 giu – Adriano Scianca ha scritto un ottimo libro (La Nazione Fatidica, Altaforte edizioni), ricco di riferimenti culturali alti – come ha notato Mario Giordano nella prefazione – che tutti dovrebbero leggere. Lo ha scritto per ribadire una tesi che fino a qualche decennio fa sarebbe sembrato manicomiale negare e che cioè “gli Italiani esistono”. E la loro identità nazionale è addirittura più salda e confermata rispetto alla media degli altri popoli. All’inizio dell’Ottocento un illustre nemico della libertà nazionale italiana, il principe di Metternich, diceva che l’Italia era solo una espressione geografica, ma in realtà già la geografia è un rivelatore di destino e già dal punto di vista fisico le Alpi e il mare rappresentano dei marcatori perfetti di confine. Infatti, il nemico si riconosce facilmente dal momento in cui o valica le Alpi o sbarca dal Mare: “Il nemico da sempre si riconosce così”, cantava Alberto Fortis in “Settembre” …


Ora in una cupa parodia di colui che – con maestria politica decisamente superiore – occupava l’Italia negli anni della Restaurazione, molti dicono che l’Italia è solo una espressione geografica e che il suo destino sia quello di fare da contenitore a milioni di giovani robusti africani che non sono affatto povere vittime o affamati, ma che sono semplicemente i figli del terribile “baby boom” provocato dai colonizzatori europei, che introducendo a sud dell’equatore tecnoscienza e medicina hanno avviato una spirale riproduttiva che ormai è sfuggita di mano. I baby boomers africani vogliono attingere ai frutti del welfare europeo così come si desidererebbe carpire i frutti di un albero anche a costo di spezzarne il ramo. Per fortuna c’è chi dice no. Ma dire no significa aver ben chiare le idee e Scianca fornisce un armamentario ideale molto valido. La sua riflessione sulla nazionalità è interessante soprattutto quando approfondisce come questa nazionalità si sia potuta plasmare nei secoli senza un potere politico unificante.

Rinascere italiani

Significativa è la questione della lingua: “L’Italiano non è l’idioma imposto autoritariamente da una casata o da un monarca”, nota citando anche Prezzolini. Solitamente si dice che una lingua sia un dialetto che ha trovato i carri armati. Mentre nella storia d’Italia nonostante l’andirivieni di “carri armati” stranieri”, si è riusciti, diciamo pure miracolosamente, a forgiare e a stabilizzare una lingua nazionale che superava i confini politici interni e unificava culturalmente dalle Alpi alla Sicilia. Per questo diciamo che non solo gli Italiani esistono, ma hanno dato prova di una identità “metapolitica” più forte di quelle – legittimamente – imposte da un potere dall’alto. Più volte per illustrare questa “anima di popolo” è stato evocato il simbolo della Fenice, il mitico uccello che risorge dalle proprie ceneri. Scianca dà prove significative di quella capacità di rinascita che è propria ad un popolo che ne ha viste tante nella propria storia: “Abbiamo progettato – noi che uscivamo da una guerra persa e da una difficile ricostruzione – il primo pc e i primi microprocessori del mondo; siamo riusciti ad insidiare i monopoli petroliferi delle potenze occidentali; eravamo al terzo posto per produzione di energia elettrica di origine nucleare e siamo stati uno dei primi tre produttori di penicillina grazie anche all’invenzione del microscopio elettronico”.

L’Impero dei sensi

Questa è una riflessione importante che a mio avviso dovrebbe anche aprire una riflessione e un severo ripensamento di quel tic mentale proprio all’estrema destra che divideva in maniera manichea la storia del mondo tra pre-1945 (“tutto eccellente”) e post-1945 (“tutto male”), in un simmetrico gioco di specchi rispetto alle retoriche dell’ANPI. In realtà la nazionalità – l’anima di popolo – è più importante delle ideologie: i regimi passano, la nazione resta e bisogna amarla nel proprio tempo e curarne le ferite. La nazione italiana è finita? Dopo aver letto “La Nazione fatidica” abbiamo ancor più strumenti culturali per dire di no. Non è finita. Anzi l’Italia nella storia recente, per la sua particolare composizione sociale e per gli archetipi culturali che in essa vivono, è quel luogo da cui sono partite reazioni energiche a processi storici che apparivano irrefrenabili.

Ho l’impressione che il libro di Adriano sia una tappa intermedia e altre riflessioni seguiranno. I temi sono tanti, importante ad esempio quello religioso: come conciliare le radici classiche e il cristianesimo di Francesco d’Assisi e di Manzoni? Cosa significa che l’Italia è terra di “bellezza”, può la bellezza del paesaggio e dell’arte avere addirittura una forza spirituale motivante? È il tema accennato nel paragrafo “l’impero dei sensi”. In Italia c’è un blocco storico che ha agito e reagito in varie circostanze critiche rivelandosi come maggioranza politica, tanto è vero che molti ora sognano migrazioni di massa proprio per dissolvere quel blocco. Per cui la domanda è: come ricostituire e arricchire quel “blocco nazionale” senza disperdere energie in mille rivoli? Questione fondamentale per ogni devoto cultore dell’Anima di Popolo Italiana.

Alfonso Piscitelli

1 commento

  1. Premetto che non ho letto il libro, quindi non so se l’autore abbia già risposto a queste domande, che mi sono sorte spontanee leggendo l’articolo.

    1. Come si fa a parlare di Risorgimento e di unità d’Italia, quando per molti abitanti delle regioni del meridione, il Risorgimento è il male?
    2. Come si fa a parlare di una lingua nazionale come elemento unitario, quando è evidente che moltissime persone la sentono ancora oggi come un’imposizione e non la amano affatto?
    3. Come la mettiamo con tutta quella gente che non vuole sentir parlare di una base etnica per la nazione, cioè considera negri cinesi musulmani cittadini italiani a tutti gli effetti, e chi non la pensa come loro è un nazista?

    E poi c’è la questione della religione, sì, mica roba da ridere. Gli europei si sono scannati a vicenda per secoli per quelle cose lì. Insomma, ho l’impressione che l’autore pecchi di ottimismo e abbia perso il contatto con la realtà, poi magari mi sbaglio.

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