Roma, 15 set – Da Francesco Guicciardini a Indro Montanelli sono molti gli intellettuali, i giornalisti e gli storici nostrani che, nel corso degli anni, si sono misurati nella narrazione più o meno monumentale della “Storia d’Italia”. Uno di questi, Benedetto Croce, – quando a Meana di Susa cominciò la stesura della Storia d’Italia dal 1871 al 1915 – scrisse: «Mi costa uno sforzo penoso attendere alla storia che mi sono proposto di scrivere come dovere da adempiere verso i miei connazionali» . Quello provato dal filosofo abruzzese fu una sorta di «“dovere”, dunque, di carattere civile e lontano da ogni retorica» che lo portò ad addentrarsi nei meandri della storia nazionale. Tra coloro i quali intrapresero questa scelta provando ad assolvere questo “gravoso compito”, uno su tutti lo fece in modo invidiabile e impeccabile dal punto di vista metodologico. E, ad oggi, è il più ignorato di tutti: Gioacchino Volpe.


Nato a distanza di pochi anni e di pochi chilometri dal ben più famoso e celebrato Croce, Volpe insegnò Storia moderna presso le Università di Milano (dal 1906) e Roma (1924-40). Tra le sue opere più rilevanti vanno ricordate Il Medioevo (1927), L’Italia in cammino (1927), Italia moderna (1943-52). Uno studioso il cui genio e acutezza non si esaurirono nella pura e semplice “compilazione”: fu accademico d’Italia e segretario dell’Accademia (1929-34); socio nazionale dei Lincei (1935-46); direttore della Rivista storica italiana (1935-42); direttore della sezione di storia medievale e moderna dell’Enciclopedia Italiana.

Gioacchino Volpe: uno storico rigoroso

Gli studi di Gioacchino Volpe seguirono un preciso criterio cronologico dimostrando una seria ortodossia nel costruire la propria opera di storico al servizio di Clio: iniziò a studiare il Medioevo a cui dedicò ricerche specifiche ed originali. Fu il primo, ad esempio, a trattare il diffondersi delle eresie medioevali come espressione dei conflitti sociali dell’epoca e non più come «un capitolo della storia del dogma e delle religioni […] ma come un capitolo della comune storia». Non esitò a considerare la «mescolanza o contaminazione di uomini e diritti e usi» avvenuta tra “Lambardi” e “Romani” a partire dal XI secolo come l’origine del popolo italiano. Riservò particolare attenzione alla descrizione delle classi sociali e della vita quotidiana degli uomini comuni. Altresì felici furono le intuizioni storiografiche evidenziate nelle sue pagine sulla rinascita demografica ed economica dopo l’Anno Mille.

Ben prima dell’approccio einaudiano introdusse nella vecchia storiografia italiana la propensione a elaborare “grandi quadri d’insieme” come quando sostenne la necessità di ricercare il profilo autentico del Rinascimento in un “fatto sociale”.

Proseguendo la sua attività si misurò con la storia più prossima a sé e alla sua generazione, proprio come fece Croce. Con l’Italia in cammino Gioacchino Volpe ribaltò la priorità attribuita dall’approccio crociano alla storia delle idee ponendo altresì al centro dell’analisi la protesta sociale del Mezzogiorno ed i connessi problemi dell’emigrazione.

Epurato dall’antifascismo

Di fronte ad un acume storiografico così invidiabile, come mai oggi pochi sanno dell’esistenza di uno storico di tal fatta? Quale il motivo del suo ingiusto oblio?

Non sarà certo sfuggito al lettore più attento che l’ultima delle cariche ricoperte dall’instancabile organizzatore di cultura quale fu Volpe, non supera la metà degli anni ’40. Morte lo colse? Niente affatto: lo storico di Paganica morì “solo” nel 1971. Che successe in questi trent’anni di vuoto apparente?

Gioacchino Volpe fu vittima di un’epurazione di cui pochi parlano e ancor meno scrivono: quella antifascista che nell’accademia assunse contorni ben diversi da quelli ideologici e fu messa al servizio delle dipendenze, delle invidie e delle appartenenze cattedratiche. La colpa “ufficiale” di Volpe era stata quella di essere stato eletto nel cosiddetto listone fascista al Parlamento della XXVII legislatura. Meritava l’oblio lo storico abruzzese? Di quali reati si macchiò da “accademico fascista”? Paradossalmente il reato di Volpe fu quello di essere anche all’interno del fascismo un intellettuale riservatosi fino all’ultimo il diritto di critica. E di mettere l’ardore accademico prima di tutto, anche di quello politico come quando si adoperò nei confronti di Mussolini per la liberazione dal confino e la concessione del passaporto a Nello Rosselli, suo vecchio allievo, e ad alcuni amici dei Rosselli, tra cui Piero Calamandrei.

Bastava tutto ciò per meritarsi un castigo di tal fatta? Certamente no. Era il suo acume storiografico ad essere mal tollerato dai più modesti storici di partito del primo dopoguerra – questi sì ortodossi nel senso peggiore del termine – che arrivarono a proporre ed ottenere nei confronti di Volpe l’epurazione dall’insegnamento universitario e di fatto, dal quel 31 luglio 1944, il suo accantonamento «dalla vita culturale del Paese, grazie a una ben orchestrata campagna di persecuzione». L’artefice di questa decisione fu il ministro azionista Guido De Ruggiero che – campione di coerenza – aveva lui stesso giurato, in ossequio al Regio Decreto n. 1227 del 28 agosto 1931, fedeltà al Regime.

Volpe tra il 1944 e il 1948 dovette vendere i libri della sua libreria per sbarcare il lunario il che, per uno storico, «vale quanto vendere la propria moglie e forse di più». Una punizione resa ben più severa dal fatto che lo storico di Paganica il concorso pubblico di professore universitario non lo ottenne certo coi favori del Regime ma lo vinse regolarmente ben prima, in età giolittiana, grazie alla sua preparazione e ai titoli che poteva vantare.

Un esilio in patria, quello di Gioacchino Volpe, su cui molto altro ci sarebbe da scrivere – e non è detto che non si faccia in questa sede – che oggi come ieri impone, in virtù della qualità dell’opera volpiana una sua lettura per lo meno a chi non ha paura di farlo in nome per dirla proprio con Croce, di un «“dovere”, di carattere civile, lontano da ogni tipo di retorica» . Clio ve ne renderebbe sicuramente merito.

Roberto Bonuglia

1 commento

  1. ottimo visto che di Volpe si trova poco,potreste mettere in pdf le sue opere,c’e’ bisogno di chiarezza,anche osvaldo barbieri,detto bot artista del 20ennio innovatore culturale,quando parlano di street-art mi viene da ridere,le opere di bot erano immense,non le cacate neofigurative-borghesi,che tanto piacciono alla incultura contemporanea.

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