Roma, 8 giu – La prima guerra mondiale fu un momento di grande coesione, il più importante dalla creazione dello Stato italiano nel 1861. Calabresi, pugliesi, marchigiani, laziali, napoletani e da tutte le altre regioni d’Italia partirono guarnigioni di soldati pronti a dare il proprio contributo, la propria vita.


Nell’occhio del ciclone austriaco

La carriera di Nicola Nisco, all’interno dell’Esercito, fu davvero molto intensa fin dal suo arruolamento agli inizi del 1900. Nato a Napoli il 3 agosto 1896, Nisco frequentò dapprima la Nunziatella, la scuola militare della sua città natale, poi si trasferì a Modena presso la prestigiosa Regia Accademia. Dopo aver terminato gli studi ed essere stato assegnato alla 6° Compagnia venne mandato al fronte in nord Italia assieme ad altri suoi coscritti.

Nisco arrivò al confine veneto quando gli austriaci perpetravano la pesante Strafexpedition. La sua sua brigata fu posta sotto il comando di Giuseppe Pennella, generale dei Granatieri di Sardegna. La zona d’azione della brigata era quella compresa tra il Monte Cengio e Cesuna, uno dei sette comuni dell’Altopiano d’Asiago.

L’imboscata

La parola d’ordine era “non si retrocede di un passo, si muore sul posto”. Nicola Nisco condusse i suoi soldati nei pressi della Malga della Cava, in un avvallamento del Monte Cengio. Mentre avanzava, tuttavia, gli austriaci accerchiarono il gruppo di soldati italiani e li sterminarono. Le cronache dell’epoca raccontano, per testimonianza di un sopravvissuto, che Nisco, in piedi, continuava ad incitare i suoi soldati mentre sparava contro i nemici.

In suo onore, fu concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Mirabile esempio di fermezza e di valore, dopo avere resistito per tre giorni in una cruenta ed impari lotta, incitando il suo reparto a mantenersi fedele alla consegna ricevuta “non si retrocede di un passo, si muore sul posto”, circondato dal nemico, anziché arrendersi, continuò in piedi a sparare sull’avversario, incitando i suoi granatieri, cui diede esempio di fulgido eroismo portato sino al consapevole sacrificio di se stesso, e immolando gloriosamente la sua giovane vita sul campo”.

Tommaso Lunardi

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