Roma, 15 set – L’idealismo tedesco è stata un’importante corrente di pensiero dell’era moderna che, da Fichte a Hegel, ha influenzato tutta la filosofia successiva. Giambattista Passerini era uno di questi filosofi “non conformi”.


Il cospiratore

La figura di Giambattista Passerini è molto controversa. Nacque in provincia di Brescia il 27 settembre 1793 e studiò al seminario vescovile del capoluogo prima di lasciare l’abito talare nel 1821. In quegli anni, infatti, si avvicinò al mondo risorgimentale lombardo a tal punto di entrare a far parte di una sorta di “setta”. Lo scopo era quello di sovvertire l’ordine austriaco e liberare Brescia dagli Asburgo. La rivolta fallì e Passerini venne esiliato in Svizzera, terra di molti altri esuli che avrà l’onore di incontrare.

In quegli anni conobbe anche Victor Cousin e rimase ammaliato dalla sua visione rivoluzionaria a tal punto da accompagnare il francese anche durante le rivolte di Parigi. Giambattista Passerini, in questo periodo, conobbe la sua futura moglie Maria Hardmeyer dalla quale nacque la loro figlia Eloisa. Divenuto pastore protestante, durante la permanenza in territorio elvetico conobbe anche Giuseppe Mazzini, Francesco De Sanctis e Vincenzo Gioberti. Dalla Svizzera coordinò il flusso di fuggitivi italiani e continuò a propagandare gli ideali degli idealisti tedeschi.

Il ritorno in Italia

Dopo aver tradotto le principali opere di Fichte, Hegel ed altri importanti idealisti teutonici e non solo, Giambattista Passerini meditò il rientro in patria. Il filosofo non trovò mai la vocazione di varcare il confine se non dopo la morte della moglie. Durante la seconda guerra d’indipendenza, fece così rientro nella sua Brescia dove passò molto tempo prima di ammalarsi e morire, già ritornato a Zurigo, il 16 settembre 1864.

Tommaso Lunardi

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