boldriniRoma, 10 mag – Spesso su queste pagine parliamo del «politicamente corretto». E qualcuno potrebbe giustamente chiedersi: che importa il modo in cui viene chiamata una cosa? Alla fine, più delle chiacchiere, contano i fatti.  Proprio qui sta il problema. Il «politicamente corretto» consiste nella sostituzione dell’opinione alla realtà. Nella sovrapposizione dell’ideologia ai fatti.


Funziona così: si prende una «mela», e la si chiama – per decreto o per decisione di Laura Boldrini – «pera». Poi si redarguisce (o si querela o si esclude dal dibattito) chiunque si ostini a dire: «Ehi, guardate che quella è una mela!». Col passare del tempo, il linguaggio si modifica: si cominciano a chiamare «pere» quelle che sono a tutti gli effetti «mele». E, modificando il linguaggio, si modifica anche la realtà: alla fine, quelle che prima erano «mele» diventano «pere».

La stessa cosa, se ci fate caso, sta avvenendo con l’immigrazione. Una volta c’erano gli «stranieri». Venivano da Paesi lontani, non erano italiani, erano «altro» rispetto a noi. Erano «diversi». E non c’era nulla di male nel far notare la loro diversità, perché appartenevano a tutti gli effetti a culture diverse, avevano abitudini diverse, lingue diverse. Ma essere «diversi», nell’Occidente di oggi in cui si impone l’Ideologia dell’Uguale, non è cosa buona.

Così, a un certo punto, gli «stranieri» sono stati sostituiti dagli «extracomunitari». Che erano sempre stanieri, ma un po’ meno diversi. Erano, semplicemente, gente che viveva fuori dall’Ue. Dunque sempre «altro» da noi, ma un po’ meno spaventevole.

Poi, gli «extracomunitari» sono stati sostituiti dagli «immigrati». Che erano «stranieri» pure loro, e provenivano sempre da Paesi extraeuropei. Però notate la differenza: dire «immigrato» non è come dire «straniero». Un «immigrato» è meno «estraneo», meno «diverso», meno terrorizzante.

Infine, l’«immigrato» è diventato il «migrante», e pensavamo che il miracolo fosse compiuto. Com’è poetica, la parola «migrante». Descrive chi parte, non chi arriva. Chi prende il largo verso l’avventura, verso la vita. Non chi giunge da un Paese straniero per creare guai. L’«immigrato» può essere «clandestino». Il «migrante» è un bisognoso. Il «migrante» suscita nostalgia di quando «migranti» erano i nostri nonni o bisnonni che cercavano fortuna negli Stati Uniti.

Di uno «straniero», di un «extracomunitario» si ha paura; dallo «straniero» bisogna difendersi, lo si può odiare. Ma per il «migrante» non si può che nutrire compassione. O, al massimo, ammirazione, come quando la Boldrini lo trasforma nell’avanguardia di un nuovo stile di vita nomade, internazionalista.

Il termine «migrante» ora la fa da padrone sui giornali e in tivù, nei discorsi dei politici. E modifica la percezione della realtà: il «migrante» non ti invade come faceva lo «straniero». Il «migrante» va accolto. Infatti noi accogliamo chiunque.

Tuttavia il pozzo del politicamente corretto è senza fondo. E una nuova figura compare all’orizzonte a bordo dei barconi: il «profugo». Chi è costui? Secondo la Treccani è una «persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo Paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi». Dunque è uno che cerca rifugio. Non uno «straniero», ma uno come noi, solo più sfortunato. Lo «straniero» si può respingere. Il «profugo» va accolto: lo impone la legge perché, appunto, fugge da una catastrofe.

Peccato, però, che «profugo» non sia sinonimo di «immigrato». Alcuni immigrati sono profughi, ma non tutti. Ma ecco che, nei media, gli «stranieri» vengono all’improvviso chiamati tutti «profughi». Non c’è più distinzione fra chi fugge da un conflitto e merita aiuto e chi arriva per altri motivi, magari anche per far danni. L’ideologia si sostituisce alla realtà, la influenza.

Carlotta Sami, la Boldrini Minor, portavoce dell’Unhcr (l’Agenzia Onu per i rifugiati), appena ha sentito parlare di tre milioni di immigrati in arrivo, ha subito detto che a ciascuno di loro va concesso un «visto umanitario». Lo «straniero» va tramutato in «profugo», prima nella lingua, poi nei fatti. E gli italiani non notano la differenza: sono abituati a sentir parlare di «profughi», pensano a poveri cristi in fuga, non si pongono il problema della selezione all’ingresso. Le «mele», finalmente, sono diventate «pere». Anche quelle bacate.

Allora c’è poco da star tranquilli leggendo che il piano europeo sull’immigrazione – fortemente voluto da Jean-Claude Juncker e per certi versi soddisfacente – prevede interventi nei Paesi d’origine dei «migranti». I quali, spiegava ieri , verrebbero salvati (per esempio in Africa) e poi accolti «in campi Unhcr dove poi verranno rimpatriati o portati in Europa se ne avranno diritto». Ma a chi spetta decidere quali «migranti» sono davvero «profughi»? All’Agenzia Onu, quella di Carlotta Sami. La stessa che vuole concedere a chiunque «visti umanitari»; la prima a dirci che i «migranti» sono tutti «profughi». Le mele sono pere. E le banane finiscono in quel posto sempre a noi.

Francesco Borgonovo

(articolo tratto da Libero, http://www.liberoquotidiano.it)

1 commento

  1. è abbastanza ovvio che -ammesso e non concesso- i paesi ue accoglieranno i profughi raccattati dalla marina militare e si prenderanno le loro quote.
    invece l’italia si terrà i clandestini.
    la neolingua vale solo qua.
    all’estero non sono fessi.
    e neppure hanno la marina militare italiana e il comante catia.

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