Roma, 20 apr – Davvero gustosa l’ultima chicca uscita dall’inesauribile fucina céliniana di Andrea Lombardi, il quale ha da poco curato, per i tipi di Eclettica, il libretto Céline contro Vailland. Una manciata di pagine agili per raccontare una storia che potrebbe essere la trama di un film o, previo inserimento della consueta quota afro e trans, di una serie Netflix. Accade infatti che, in piena occupazione di Parigi, al numero 4 di rue Girardon, a Montmartre, nello stesso stabile abitino Louis-Ferdinand Céline, il collabò furioso, in piena fase antigiudaica, e, proprio sotto di lui, un membro della resistenza che ha fatto del proprio appartamento un quartiere generale dei ribelli anti tedeschi.


Una situazione grottesca, al limite tra la sitcom e la tragedia. Il membro della resistenza è monsieur Robert Chamfleury, ma tra i frequentatori della sua abitazione c’è anche Roger Vailland, scrittore oggi dimenticato ma molto famoso nel dopoguerra, soprattutto per il suo romanzo Drôle de jeu, in cui peraltro rievocava proprio le riunioni clandestine di rue Girardon, facendo riferimento anche a quello scomodo vicino schierato dall’altra parte della barricata. Ma è nel 1950, a guerra ormai terminata, che Vailland decide di tornare sull’argomento, con un attacco feroce all’autore del Voyage, in quegli anni ancora alle prese con le noie dell’epurazione e dell’esilio. Sulla rivista a libro paga dell’Urss staliniana La Tribune des Nations, Vaillard rievoca le serate da Chamfleury, spiegando come ci fosse un piano per uccidere Céline, del quale si dice che ospitasse a casa sua il gotha della Francia fascista, a partire dai pezzi grossi della redazione di Je suis partout.

La descrizione dei progetti stragisti è sanguinolenta, con un tono da gradasso che suona falso e intempestivo. Per di più, la conclusione lascia intendere l’insoddisfazione di Vaillard per non aver portato a termine la missione. Céline, che come noto non aveva la polemica facile, viene a sapere dell’articolo solo nel 1958 e vi risponde su Le petit Crapouillot, spiegando come l’antagonista sia affetto da quella “vanagloria” che “appartiene a quei soldati che invece di respingere le orde tedesche nel ’39 fuggirono, folli di cacarella, fino ai Pirenei, rientrando velocemente a casa per dedicarsi alla caccia e all’assassinio dei francesi che non gli andavano a genio, dei quali erano gelosi e di cui desideravano i beni”. Aggiunge poi di aver sempre saputo che monsieur Chamfleury fosse un membro della resistenza e di non aver mai ospitato a casa sua altri intellettuali o giornalisti.

Tra minoranze coltissime e intellettuali geniali

Oltre all’articolo di Céline, in cui del resto è citato integralmente anche quello di Vaillard, il volumetto curato da Lombardi presenta anche una breve introduzione del curatore stesso e un lungo e grazioso excursus sulla vicenda tratto da un saggio di Giampiero Mughini (da mettere sotto una teca alla voce “come è possibile scrivere bene di cultura fascista da antifascisti, senza concedere nulla all’avversario ma senza trasformarsi in vigili urbani del pensiero”). Mughini dimostra peraltro che fra i due, quello con la tendenza alla mitomania più accentuata, almeno sulla questione di rue Girardon, era senz’altro Vaillard, che si è inventato dal nulla un passato eroico, metà combattente senza macchia e metà seduttore incallito, laddove anche testimoni imparziali tenderebbero ad avvalorare invece la tesi di un Céline che fa vita quasi monacale, altro che allegre serate chiassose fra collaborazionisti.

Non solo: nel saggetto è riportata anche la testimonianza di Chamfleury stesso, che rivendica il suo passato da resistente, ma spara a zero su Vaillard e difende Céline, ai cui servigi di medico i resistenti si servirono persino per curare un loro sodale torturato dalla Gestapo. Una polemica che, grazie al corposo inquadramento storico e alla bella penna di Mughini, funge in realtà da pretesto per rievocare l’atmosfera affascinante della Parigi occupata, in cui lo scontro tra le due fazioni, zeppo di colpi bassi dalle conseguenze tragiche, fu però soprattutto affare di minoranze coltissime e di intellettuali geniali su entrambe le barricate. E ci ricorda anche cosa è stata la memoria della resistenza nel dopoguerra: esercizio di mitomanie vendicative, di autobiografie ritoccate, di carriere sponsorizzate. È anche per questo che quella serie su Netflix non uscirà mai.

Adriano Scianca

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