Roma, 7 giu – Un flop imbarazzante. Non si può proprio definire altrimenti A mano disarmata, il film uscito ieri nelle sale di tutta Italia. La pellicola narra la vicenda di Federica Angeli, la cronista di Repubblica finita sotto scorta per aver sfidato il clan ostiense degli Spada. Una storia vera, senz’altro, ma filtrata dai toni auto-incensatori della diretta interessata, che l’anno scorso ha dato alle stampe l’omonimo libro, e che ora ha ricevuto l’onore di vedere il suo volume trasposto su pellicola. Ma perché è un flop? I motivi sono molti. Partiamo dal più immediato, cioè quello prettamente artistico.


Mamma Rai fallisce ancora

Il film è stato prodotto da Laser Digital Film in collaborazione con Rai Cinema. E di fatti l’impressione è proprio quella di trovarsi di fronte a uno sceneggiato Rai riadattato per il grande schermo. Una specie di Don Matteo a Ostia. Il livello generale della recitazione è quanto mai mediocre, e già il fatto che a impersonare la Angeli ci fosse Claudia Gerini lasciava ben poche speranze al riguardo. Anche il buon caratterista Mirko Frezza non viene valorizzato a dovere, così come fuori ruolo risulta il povero Francesco Pannofino, il mitico René di Boris qui trasformato in un improbabile caposervizio di Repubblica. L’unica a salvarsi, forse, è l’attrice che impersona la madre della protagonista.

Per il resto, A mano disarmata è una specie di sitcom. Il contesto (Ostia), che doveva essere centrale nel film, svanisce del tutto per lasciare spazio a una narrazione che si divide tra l’appartamento della Angeli, la redazione di Repubblica e il parco giochi sotto casa della protagonista. Ostia, insomma, non esiste, se non per un paio di riprese col drone appiccicate qua e là con lo sputo. E pensare che, nell’economia del film, a rimetterci è proprio la cittadina lidense, presentata come una sorta di Secondigliano de noantri. Una (cattiva) pubblicità che Ostia, pur con tutti i suoi problemi, non merita assolutamente. Gli abitanti di piazza Gasparri? Tutti poveri disperati, ma omertosi. La situazione generale di Ostia? «Qua, dovunque metti mano, trovi il marcio», dice nel film l’ex magistrato, ora assessore, amico della Angeli. Manco fossimo alle vele di Scampia o alla corte dei Savastano in Gomorra.

La Angeli è davvero un’eroina?

Ad ogni modo, anche al netto del lato artistico (pessimo), il film non convince. La raffigurazione della Angeli non è credibile. La cronista di Repubblica, infatti, viene dipinta come una donna decisa, ma mansueta, e come una giornalista coraggiosa che dedica la sua vita alla ricerca della Verità (quella con la v maiuscola). Insomma, una sorta di combo tra Santa Maria Goretti, la Julia Roberts de Il rapporto Pelican e il Robert Redford de I tre giorni del Condor: un ritratto agiografico che espunge di proposito tutti gli aspetti più controversi della figura e dell’attività giornalistica della Angeli.

Innanzitutto, l’imbarazzante endorsement della giornalista in favore di Andrea Tassone viene liquidato nella pellicola in maniera corriva e raffazzonata, con un buco di sceneggiatura un poco sospetto. E pensare che Tassone, l’ex presidente Pd del X Municipio di Roma (quello di Ostia), è stato condannato in primo e secondo grado a 5 anni di reclusione per il suo coinvolgimento in «Mafia Capitale», portando inoltre al commissariamento del municipio lidense. La prima sezione del tribunale civile, peraltro, ha decretato la sua incandidabilità poiché – come si legge nella sentenza – «ha dato causa, con la sua condotta commissiva, allo scioglimento del Municipio per avere intrattenuto concreti, univoci e rilevanti collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare». Dalle intercettazioni di Salvatore Buzzi, infatti, emergeva una realtà inquietante: secondo il ras delle cooperative di Mafia Capitale, «Tassone è nostro, è solo nostro, non c’è maggioranza e opposizione, è mio». E ancora: «Ostia se la semo presa, pijano tutti i soldi da noi». Così, invece, si era rivolta la Angeli a Tassone su Facebook prima del suo arresto: «La tua onestà e il tuo dire no a pressioni e lobby non l’ho mai trovata in nessun politico. Vai avanti così. Sei davvero grande. Pulito. Forte. Determinato». Non male per un’esperta di mafia ostiense.

L’endorsement della Angeli in favore di Tassone

La storiaccia di Rignano Flaminio

Ma una vicenda che in passato ha fatto sorgere qualche dubbio sulla deontologia professionale della cronista di Repubblica, è senz’altro il processo di Rignano Flaminio. Qui, nel 2007, erano state portate a processo cinque persone (tra cui delle maestre), accusate di aver commesso violenze sessuali sui bambini della scuola materna Olga Rovere. Una storia abominevole, certo, ma che avrebbe meritato una narrazione più imparziale e garantista. Soprattutto tenendo conto del fatto che l’impianto probatorio era assai fragile e, inoltre, che tutti gli imputati sono poi stati assolti con formula piena sia in primo grado che in appello. E invece, per anni, Federica Angeli e buona parte della stampa di ogni colore politico hanno dipinto gli accusati come «mostri», «orchi» e via calunniando. Ma se l’emotività scatenata dalla notizia a caldo ha potuto far scivolare la penna a qualcuno, la Angeli è andata oltre: dopo l’assoluzione in primo grado, la cronista di Repubblica ha insistito con la sua narrazione a tesi e la sua linea giustizialista, arrivando a contestare apertamente la sentenza dei giudici (poi confermata in appello). Una condotta, si converrà, tutt’altro che commendevole.    

Gli attacchi a CasaPound

Ma torniamo a Ostia. Le elezioni municipali del novembre del 2017 videro una netta affermazione di Luca Marsella e CasaPound Italia, che raccolsero un sorprendente 9%. Federica Angeli, incurante del granchio preso con Tassone, tentò di tornare alla ribalta suggerendo che CasaPound avrebbe ottenuto quel consenso grazie all’aiuto degli Spada: ad Agorà su Rai Tre, infatti, la cronista di Repubblica addebitò il successo elettorale di Marsella a un «accordo con i clan che comandano a Ostia». Si trattava di un’accusa grave e che avrebbe richiesto prove più circostanziate. Il problema è che queste prove non esistevano (e non esistono tuttora), tant’è che le illazioni della Angeli sarebbero poi state smontate direttamente dalla Commissione antimafia.

Questa chiara ansia da protagonismo della Angeli – del tutto assente nel film – è emersa anche nel caso di Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore rimasto vittima di un colpo di pistola nel quartiere Axa, nel X Municipio di Roma (quello di Ostia, appunto). In quel caso, i genitori di Manuel denunciarono che la Angeli si sarebbe introdotta nella sala di terapia intensiva senza alcuna autorizzazione e fingendosi un’agente dell’antimafia, per scattarsi un selfie con il ragazzo e per strappargli un’intervista, apparsa poi sulle pagine di Repubblica. La Angeli contestò le accuse e annunciò querele. Sia come sia, però, il modus operandi della giornalista apparve ai più come tutt’altro che cristallino.

La sinistra in cerca di eroi

Insomma, tirando le fila del discorso, il film A mano disarmata non è solo una produzione cinematografica di pessima fattura, ma si configura anche come una bella marchetta a Federica Angeli, dipinta come una paladina della giustizia senza macchia e senza paura. Al suo coraggio nell’affrontare i clan di Ostia va tributato il giusto onore, beninteso, ma la narrazione agiografica offerta dalla pellicola è oltremodo esagerata e, inoltre, fa sorgere più di qualche sospetto sui suoi fini politico-ideologici. In sostanza, rimane forte l’impressione che la sinistra sia alla disperata ricerca di eroi e che questo film, con la beatificazione sul grande schermo della Angeli, serva alla bisogna. Del resto, la sinistra globalista ha perso numerosi pezzi per strada: pensiamo solo alle quotazioni in ribasso di Roberto Saviano, copertosi di ridicolo con le sua crociate anti-salviniane e ormai diventato un disco rotto; ma pensiamo anche all’imbarazzante Mimmo Lucano, esaltato per la sua Riace «modello dell’accoglienza», ma poi indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e reduce da una disastrosa prova elettorale. Ecco, ora la sinistra potrebbe riprovarci con la Angeli. Ma, anche in questo caso, non è da escludere che l’esito dell’operazione possa essere l’ennesima, imbarazzante cantonata.

Valerio Benedetti

5 Commenti

  1. io credo che non vada tanto criticato il messaggio che deve passare. Come fate a criticare un messaggio del genere contro la camorra e la malavita ? come si fa a criticare persone che comunque lavorano contro la delinquenza ?

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