Roma, 25 ott – Sì, è vero: l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Questo è ciò che è emerso nella III edizione degli “Stati Generali della lingua italiana nel mondo”, dal titolo «L’italiano nella rete, le reti per l’italiano», tenutasi a Roma in Villa Madama. La giornata di ieri, organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’Accadema della Crusca, la Società Dante Alighieri, la Confederazione Elvetica e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha avuto sprazzi di ottimismo ed entusiasmo per questo fenomeno in continua crescita. Sono infatti più di 2 milioni le persone che studiano l’italiano nel mondo, particolarmente in Australia e con grande crescita nelle coste dell’Africa settentrionale.
Il capo della Farnesina Moavero Milanesi ha affermato che lo studio della nostra lingua è in aumento grazie alla sua “identificazione identitaria”, particolarmente nelle zone del Mediterraneo, del Medio-Oriente (+22%) e dall’Africa Sub-sahariana (+14%). Inoltre Moavero ha rimarcato l’impegno per trovare nuovi fondi al fine di “rilanciare le scuole italiane all’estero” e dare maggiore importanza alle persone che si trovano nei Paesi dove sono presenti “le nostre storiche comunità e le terze e quarte generazioni di italiani”. È stata resa nota l’importanza che la nostra lingua sta acquisendo in tutto il pianeta e sempre più persone sono invogliate ad apprendere una delle grammatiche più complicate che esistono in circolazione. Il dato messo maggiormente in luce è l’apprendimento della nostra lingua neolatina sulla rete. Cosa ci sarebbe di male? Superficialmente nulla, anzi, si potrebbero evidenziare solo aspetti positivi: la conoscenza della nostra immensa cultura in aiuti luoghi, persino i più sperduti, è un grande onore e, perché no, potrebbe fruttare anche economicamente. Tutto ciò è verosimile dando per scontato che la nostra arte (pittorica, musicale, gastronomica) sia “esportata sulla rete” in modo corretto. Quindi, per esempio bisognerebbe azzerare o quanto meno ignorare gli stereotipi.
Si può credere davvero che, al giorno d’oggi, americani, inglesi e francesi (o chi per loro), al sentirci nominare, pensiano a Michelangelo, Verdi e Leopardi? O piuttosto, vivendo in questa società multimediale, fatta di telegiornali, quotidiani internazionali e media “politicizzati” per la necessità del momento, si focalizzino solo sul tanto celebre “Pasta, pizza e mandolino” o lo scontatissimo siciliano mafioso? Se vogliamo addentrarci nella pratica linguistica non abbiamo notizie migliori: la nostra lingua viene colorata di parole in tedesco, francesisimi e anglicismi, mentre i legittimi latinismi, i quali dovremmo pronunciare con il nostro alfabeto fonetico (per esempio “plus”, andrebbe letto come si scrive, ma in televisione lo ascoltiamo come “plàs”), riusciamo magicamente ad anglicalizzarli.
Forse sarà un caso (che non esiste mai), ma uno dei pochi Paesi che ha diminuito lo studio dell’italiano negli ultimi anni è proprio il Regno Unito ( -11mila unità). L’italiano puro, però, senza un calderone di vocaboli forzati, a mo’ di “integrazione”, non esiste più, e di conseguenza quello modificato viene appreso dagli studenti italiani e stranieri. Non toccate la lingua in sé e neanche i nostri geni. Diffidiamo dalle imitazioni, noi abbiamo gli originali. Trovate i Marconi, i Raffaello, i Petrarca della situazione in ogni Stato, soprattutto a quelli che guardano il Bel Paese con “compassione” e poi potremmo (forse) riparlarne. “Ministra” e “sindaca” avvertite.
Clara Tozzi


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