Pistoia, 25 mag – Settant’anni dopo, è bene saperlo, rischiamo di ripiombare in “quell’incubo”. È questo il riassunto dell’intervento dell’antropologo Marco Aime alla decima edizione dei “Dialoghi sull’uomo” a Pistoia, evento mondano che chiama a raccolta la parte pensierosa e impegnata della città e del paese per riflettere su quanto sia (in)concreto il pericolo della deriva razzista e fascista e nazista.


Paolo Guzzanti ha spiegato sul Giornale come il termine fascista sia spalmato su una miriade di contesti inappropriati e finisca per significare il nulla: in Italia se simpatizzi per Salvini sei un fascista, negli Stati Uniti se sei bianco risulti automaticamente vicino a quel mondo. Marco Aime, dall’alto della sua barba bianca, non si è scostato da questa vulgata. Forse perché, come ha sottolineato, noi italiani “non abbiamo ancora fatto i conti con la storia, ossia col fascismo e col colonialismo”, e dunque questi spettri tendono a inseguirci come accade nei cartoni animati per bambini, sebbene non sia affatto chiaro di cosa oggi ci si debba scusare e come eventualmente dovremmo comportarci per espiare i nostri peccati. La tregua da concedere ai vinti non è nelle corde di questi vincitori, sempre che, in realtà, i ruoli non si sovrappongano o addirittura invertano.

La comunità è importante. Va bene. Il suo concetto di comunità va però di pari passo con quello di condivisione o convivenza (parola, quest’ultima, che rappresenta l’oggetto dei Dialoghi di quest’anno) e difatti tra diversi si può convivere e la diversità non deve essere un ostacolo. La puzza di bruciato ossia di forzatura è palese, e lo diviene totalmente quando racconta la storiella di un paesino in cui, costruendo un ponte, la comunità cristiana e quella islamica riescono finalmente a congiungersi convivendo amorevolmente. E il motivo vero per cui tutti devono poter convivere con tutti è che le identità non esistono e le radici sono fuffa. Sono concetti che si riassumono in quello di “appartenenza e che inducono al tribalismo poiché fan giungere alla conclusione che chi è originario di un luogo abbia più diritti di chi in quel luogo non è nato ma vi è solo approdato”. Beh insomma, stiamo parlando della questione degli sbarchi (che non devono esser chiamati così ma approdi, come si fa con le navi da crociera) e dello ius soli, ossia della concessione della cittadinanza a chiunque nasca qui, staccandola da qualsiasi ragionamento culturale e identitario che, dicevamo, porta al tribalismo. E al razzismo, chiaramente, perché, chessò, prevedere che in Italia possano votare solo gli italiani è una forma sottile di odio razziale.

Chi semina odio?

La cronaca prosegue, sebbene possiate immaginare da soli in quale direzione. Nel 2019, come detto all’inizio di questo articolo, v’è il rischio di ripiombare nell’incubo dei totalitarismi di stampo razzista (il fascismo non lo era, che palle doverlo ripetere) con la differenza che oggi l’odio è per il generico diverso ossia il classico migrante afro-islamico. Chiaramente il linguaggio greve (che detto con la erre moscia dell’antropologo fa ancora più sensibile e impegnato) di certi personaggi (leggi Salvini) semina questo odio diffuso sino a giungere “alle divisioni come durante l’apartheid”. Essì, ha parlato veramente di apartheid con fare solenne e ghignando. Poi, che l’apartheid oggi venga in realtà creato dalle comunità islamiche tramite le no-go-zone è indiscutibile e oggettivo, ma l’antropologo si limita alla teoria più succulenta.

Dovremmo imparare dai lampedusani: a differenza dei rozzi che vivono al nord, loro accolgono pur vivendo personalmente la questione sbarchi anzi approdi. E il consiglio lo dà un antropologo che vive in un paesino di montagna vicino Cuneo. Ma da lassù pontificare è più elettrizzante. È come esser seduto su un trono. Non sapevamo che per ogni chilometro di muro di Berlino costruito, negli ultimi anni ne siano stati costruiti diverse centinaia all’interno dell’Europa. E i muri a Marco Aime proprio non vanno giù. La storia, secondo lui, si è sempre basata sul contrabbando ossia sull’aggiramento dell’ostacolo, del divieto, del muro, del confine imposto dalla legge, preferendovi l’anarchia diffusa e lo straripamento insensato. Fa molto Mimmo Lucano: la legge dice una cosa ma io faccio il contrario perché incarno la verità e la giustizia. Probabilmente il muro di casa nostro e quello delle nostre città, risalente a cinque o seicento anni fa, simboleggiano la punta di fascismo sempre presente in noi, e per dir la verità sarebbe costruttivo dormire con la porta di casa aperta come si dice si potesse fare una volta.

Narrazione correct e mistificazioni

Perché imporre limiti? Perché imporre divieti? Ieri sera in piazza del Duomo a Pistoia si respirava l’aria frizzantina del ribellismo attivo, del sessantotto che riaffiora nei cuori dei vegliardi e dei giovani scuotendo le membra coi brividi della cittadinanza attiva, dell’impegno sociale, del cretinismo ambientalista, ecologista, forse umanista ma comunque accordato in chiave antifà, solamente antifà, sempre antifà, a prescindere da ciò che la realtà racconta o vorrebbe raccontarci. E la realtà pistoiese narra di una riscossa datata 2017, quando la maggioranza votò un sindaco di destra dopo settant’anni di amministrazioni di sinistra. Ma l’impegno cultuvale ignora e procede spedito con la sua narrazione e la sua mistificazione. Si chiama egemonia e la teorizzava Gramsci. È la vera ruspa.

Mani spellate dagli applausi. Una ragazza sale sul palco con Marco Aime e legge una filastrocca: termina auspicandosi di non dover più sentir parlare di razze. A noi basterebbe, banalmente, non dover più ascoltare la retorica minchiona di chi non sa accettare che qualcuno la pensi diversamente, imparando a convivere prima di tutto con la vera libertà di pensiero.

Lorenzo Zuppini

1 commento

  1. Infatti non si sente più parlare di razze.
    Da quando hanno standardizzato il mercato dell’automobile non importa a nessuno di quante razze un volante.
    Inoltre la Razza è un pesce che non vive nei nostri mari.

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