Roma, 2 apr – Per anni Bruxelles ha demonizzato qualsiasi forma di protezionismo, ripetendo che il libero mercato globale fosse l’unica via percorribile. Poi arriva Trump con la sua dichiarazione di guerra sui dazi e, improvvisamente, l’Unione Europea si riscopre sovranista: incentivi al mercato interno, nuovi canali commerciali con Sudafrica e India, progressivo taglio dei tassi da parte della BCE per sostenere l’economia. In altre parole, esattamente ciò che per anni è stato bollato come “populismo economico” quando a proporlo erano i sovranisti italiani.
L’Europa risponde alla guerra di Trump
Quella dell’Europa non è solo un cambio di strategia: è il riconoscimento che nel mondo di oggi, la difesa dell’economia europea non è più un’opzione ma una necessità. Lo abbiamo scritto quando Trump fu eletto la prima volta, lo abbiamo riscritto al suo secondo mandato: sia benedetta la sua presidenza perchè obbligherà l’Europa intera a cambiare postura. Dal 2 aprile, giorno che Trump ha ribattezzato pomposamente Liberation Day, gli Stati Uniti applicheranno dazi fino al venticinque per cento su quasi tutte le importazioni europee, inclusi settori strategici come auto, farmaceutica, semiconduttori e legname. Solo che questa volta gli USA non hanno di fronte il Canada o il Messico – Ottawa e Città del Messico hanno reagito con contromisure simmetriche – ma l’economia più forte del mondo. La reazione dell’UE infatti sarà molto più decisa, a partire dal rafforzamento del mercato interno.
Una strategia su più livelli
La strategia europea contro i dazi di Trump si sviluppa su più livelli. Oltre a nuove tariffe su beni americani per 26 miliardi di euro, Bruxelles valuta l’uso dell’Anti-Coercion Instrument, un potente strumento che potrebbe colpire settori chiave come servizi digitali e finanziari, limitando licenze, bloccando app come X e inasprendo norme su Big Tech e banche USA. Come spiega Politico, i funzionari della Commissione europea stanno valutando misure puntuali per colpire la rendita americana nei servizi, agendo non solo sui dazi quanto sull’ambiente regolatorio. Si parla di inasprire le norme antitrust, accelerare l’applicazione del Digital Markets Act e perfino di bloccare temporaneamente nuove acquisizioni da parte di gruppi americani in settori strategici. Parallelamente, l’UE accelera sulla diversificazione commerciale, siglando accordi con Mercosur (il mercato comune Sudamericano), Messico, Svizzera, Sudafrica e negoziando con l’India per ridurre la dipendenza dagli USA. Infine, per evitare divisioni interne tra paesi più o meno colpiti dai dazi, la Commissione propone compensazioni economiche e nuovi fondi comuni per mantenere un fronte europeo compatto. Inoltre, un’altra risposta chiave arriva dalla Banca Centrale Europea, che si prepara a tagliare progressivamente i tassi d’interesse per stimolare l’economia e rendere più competitiva l’industria europea.
Non indolore, ma almeno alla pari
Giusto per ricordarlo: con un PIL complessivo paragonabile a quello degli Stati Uniti e un mercato di oltre 400 milioni di consumatori, l’Europa ha tutta la forza economica per rispondere colpo su colpo a Washington. Se l’Italia da sola tentasse di sfidare i dazi americani, sarebbe in una posizione di debolezza. Ma quando è l’Unione Europea a farlo, il peso contrattuale è ben diverso. La vera lezione che possiamo trarre da questa svolta dell’UE è che la difesa dell’economia europea non è incompatibile con il progetto comunitario. Anzi, è proprio l’Unione Europea a permettere di adottare misure che sarebbero insostenibili per un singolo Stato. In ogni caso, la Von der Leyen si è detta sempre pronta al dialogo: “Affronteremo i negoziati da una posizione di forza. L’Europa ha molte carte da giocare — dal commercio alla tecnologia, fino alle dimensioni del suo mercato. Ma questa forza si fonda anche sulla nostra disponibilità a prendere contromisure decise”. Sembra inutile dirlo, ma lo facciamo lo stesso: i dazi americani non saranno indolori. Sarà per questo che si chiama “guerra commerciale” e non “battibecco condominiale”. Secondo stime della Banca centrale europea, le tariffe statunitensi del venticinque per cento sulle esportazioni Ue potrebbe ridurre il Prodotto interno lordo dell’eurozona di 0,5 punti percentuali nel primo anno, mentre l’inflazione subirebbe un’ulteriore impennata, acuendo il dilemma di politica monetaria espansiva e contenimento dei prezzi.
L’Europa deve diventare un’arma nelle mani giuste
In questo momento l’Europa si sta muovendo nell’esatta direzione che il mondo sovranista ha sempre auspicato: protezione e incentivo al mercato interno, dialogo con nazioni del BRICS come Sudafrica e India, taglio dei tassi d’interesse. Rimane ovviamente da colmare un gap di sovranità tecnologica con gli Stati Uniti. Il che non è dire poco, dal momento che si tratta di investire e mantenere la barra dritta per un lunghissimo periodo. Alcuni Stati membri spingono per riservare gli appalti pubblici nell’Unione solo a operatori europei usando il già approvato International Procurement Instrument. Inoltre l’Ue sta promuovendo iniziative come Gaia-X e Ipcei, che puntano a sviluppare infrastrutture cloud europee, un campo in cui la presenza statunitense è dominante ma non irrinunciabile. Un percorso lungo e non facile: il percorso per tornare veramente sovrani, come italiani ed europei, è una sfida aperta.
Sergio Filacchioni