Roma, 11 ago – Le ultime elezioni europee ci hanno mandato un messaggio molto chiaro: i sovranisti hanno fatto un buon risultato, ma in Europa non hanno sfondato. C’è però un aspetto più sottile e difficile da cogliere: i sovranisti non hanno vinto nemmeno in Italia. A fare il pieno di voti non è stato il “sovranismo”, né il populismo, bensì il “buonsenso”. E’ questa la parola chiave su cui si basa la dottrina salviniana di lotta e vittoria. Perché più che la difesa della sovranità nazionale o la dinamica del popolo contro le élite, è l’espressione “un paese normale” a sintetizzare in modo preciso il messaggio di Salvini. Possiamo così definire “normalismo” la tendenza culturale, politica e comunicativa inaugurata dal ministro dell’Interno.


L’evoluzione normalista

Più che con il sovranismo, appesantito da fronzoli identitari e complessità culturali, è con il populismo che il normalismo vanta una parentela più stretta. In qualche modo rappresenta una sublimazione del discorso populista. Il populismo nasce dalla frattura tra popolo ed élite, con rappresentanti percepiti come nuovi rispetto all’establishment, che si fanno portavoce delle istanze della gente comune. E’ il caso del primo Berlusconi, di Trump, della Le Pen o del Movimento 5 Stelle. Salvini va oltre. Berlusconi ha personalizzato la politica e inaugurato il “berlusconismo” è vero, ma è rimasto sempre il leader di un campo, si chiamasse centrodestra, moderati etc. Salvini è il suo stesso campo. E soprattutto abbatte anche i filtri e le strutture che separano il Movimento 5 Stelle dal popolo. Salvini non dice “noi”, non deve rispondere ad un movimento di cui tu elettore non fai parte. Lui parla in prima persona, proprio come te. Non c’è Beppe Grillo, non c’è Casaleggio, e rispetto a Di Maio non ha nemmeno un alter ego come Di Battista. Non ha una visione onirica del futuro, non parla di una Lagos che non esiste, né di democrazia digitale, stampanti 3d o abolizione della povertà. Non c’è un agire politico in Salvini che vada oltre la concretezza o che non risulti familiare e, appunto, di buonsenso.

La disintermediazione politica

In questo senso si può parlare di disintermediazione politica, oltre che comunicativa. Nell’estrema semplificazione operata dal normalismo salviniano gli italiani sono esclusivamente l’insieme delle persone perbene. E tutti insieme formano l’Italia, parola sdoganata soltanto con l’ultima campagna elettorale per le Europee con lo slogan “Prima l’Italia”. Ma è appunto un’Italia declinata come “paese normale”, né patria, né nazione, senza riferimenti o suggestioni storiche e culturali. Da questo punto di vista la provenienza nordista e federalista si è rivelata un vantaggio piuttosto che un handicap. Nella Lega Nord l’elemento identitario era centrale e per sostanziarlo si ricorreva a quelle che apparivano come semi forzature sul piano storico e simbolico, tra Padania, celtismo e riti dell’ampolla.

Nella conquista politica del resto della Penisola Salvini porta con sé soltanto lo stile risoluto di quello che fu il primo partito politico post ideologico italiano, evitando scientemente ogni equivoco che potesse fare dell’Italia una nuova Padania. Sia per resistenze interne alla Lega Nord ovviamente, ma probabilmente anche per scelta. Il primo simbolo utilizzato al centro-sud era un semplice cerchio con dentro scritto “Noi con Salvini”, mentre l’ipotesi di nuove nomenclature per quella che a inizio 2015 sembrava una possibile svolta lepenista, come Lega dei popoli o Lega del popolo, venne scartata. Alla fine è bastato togliere nord e lasciare solo Lega. E quindi in sostanza “Salvini”. Il lavoro sporco lo hanno fatto gli altri. Chi? I fascisti ad esempio, che nel febbraio 2015 per primi hanno portato i tricolori ad una manifestazione della Lega (riapparsi timidamente solo nel 2018). Per assurdo proprio CasaPound e altri gruppi che hanno sostenuto Salvini hanno contribuito a sdoganarlo agli occhi di chi a “destra” nutriva dubbi a causa del retaggio federalista/secessionista.

Rischi politici e limiti culturali del normalismo

Il primo rischio del normalismo è quello di sterilizzare alcune battaglie politiche. Dire “Prima gli italiani” tecnicamente significa rifarsi al concetto di preferenza nazionale elaborato da Le Gallou negli anni ’80 e adottato dal Front National di Jean Marie Le-Pen. Quindi garantire lo Stato sociale prima agli italiani e assumere una posizione radicale. Con Salvini “Prima gli italiani” diventa buonsenso, ovvero uno slogan senza contenuti politici reali. Stesso discorso sull’immigrazione, dove alla querelle con le Ong e alla questione securitaria non si affiancano mai parole d’ordine identitarie, né visioni di lungo periodo in risposta alla sostituzione etnica. Tutto è appiattito sul discorso da bar “se rispetti le mie leggi e paghi le tasse va bene”.

Non molto differente l’azione salviniana sul piano culturale, che si limita ad opporre la normalità alle degenerazioni del pensiero unico. Quindi ad una evidente forzatura come “genitore 1 e genitore 2” il buonsenso risponde con “mamma e papà”. Il che di questi tempi non è poco, ma nell’immediato la partita si vince facile. Altro discorso è invece creare una alternativa sul piano dell’informazione, della produzione culturale e artistica, ben più difficile che limitarsi ad aspettare lo scivolone di qualche “professorone di sinistra” e rispondere per le rime. Al momento l’unico stimolo culturale e valoriale del campo salviniano sembra opera di alcuni ambienti del conservatorismo cattolico. La “spugna” Salvini assorbe e rielabora a modo suo: nessun attacco frontale a Papa Francesco né velleità teologiche, lui bacia il crocifisso che gli ha regalato la signora Maria. Non è lui a inseguire il voto dei cattolici, sono gli attacchi che puntuali arrivano dalle gerarchie ecclesiastiche a farne il rappresentante della fede popolare in una dinamica “basso contro l’alto” spostata nel campo religioso.

Una comunicazione invincibile

Se fosse un media Berlusconi sarebbe la televisione, il Movimento 5 stelle un sito internet e Salvini un social network. Prima che per contenuti Salvini comunica attraverso la rappresentazione di se stesso, trasformando essa stessa in un contenuto. E’ quello che accade nei social network, soprattutto in quelli più utilizzati dai giovani come Instagram: le persone mostrano quello che fanno, quello che mangiano o direttamente se stessi attraverso i selfie. Salvini fa la stessa cosa e funziona così bene perché non dimentica la prima regola della comunicazione: la coerenza. Salvini è l’italiano medio, sul bagnasciuga con la panzetta e con in mano un pallone, o intento a giocare a flipper.

Per questo non ha problemi a comunicare come un analfabeta funzionale o un “normie”, a darti il buongiorno mentre riprende il mare, ad elargirti un sorriso mentre annusa un fiore o ad augurarti la buonanotte con una canzone. Proprio la selezione musicale testimonia l’attenzione alla comunicazione nei minimi dettagli, dove alla medietà di una Laura Pausini si affianca l’apparente eterodossia di un De André. In realtà ascoltare un cantautore impegnato pur non essendo di sinistra rientra perfettamente nell’identikit dell’uomo medio con velleità da irregolare, quello che si concede “piccole pazzie” come la spaghettata di mezzanotte o che si improvvisa dj in spiaggia. La differenza tra Salvini e gli altri è l’estrema spontaneità del ministro dell’Interno, lontana dall’effetto posticcio trasmesso da un Renzi che gira in bici a Firenze o da un Di Maio che guida imprigionato nella sua scomoda marsina.

Un grande incassatore

Se Salvini fosse un pugile sarebbe senza dubbio un grande incassatore, uno bravo a schivare e attutire i colpi fino a sfinire l’avversario. Sono gli altri a fare il suo gioco, anche quando non se ne accorgono. E’ questo il segreto del “capitano”. La sinistra, per dire, ha provato in vari modi a contrastarlo, sbagliando sempre la strategia di comunicazione politica. All’inizio il tentativo è stato quello di farlo passare da incompetente puntando sull’inconsistenza dei contenuti, non capendo in questo caso le dinamiche elementari del discorso populista e della semplificazione in atto. Poi provando a dargli dell’incoerente, sottolineando l’ipocrisia della svolta nazionale a fronte di decenni di propaganda anti terroni. Anche qui qualcuno non aveva colto fino in fondo la discontinuità percepita dall’elettorato tra la Lega bossiana e il nuovo corso salvinano. Il terzo tentativo è stato quello del parallelismo storico con il fascismo, le leggi razziali etc, forse l’assist più esplicito che la sinistra ha fatto a Salvini. Infine l’ironia, ovvero l’idea che realizzare qualche scherzone durante la sequela di selfie ai suoi eventi o mascherarsi da Zorro, fosse la riprova che il vento stava cambiando. Poi dopo qualche giorno i compagni si sono svegliati e la Lega era al 34%.

Sottovalutato dalla nascita

Il fenomeno Salvini del resto non era stato previsto da nessuno, in primis dai suoi compagni di partito. Posto alla guida di una Lega Nord morente (al 3,5% nei sondaggi) nel 2013, in sei anni ha decuplicato i consensi, è divenuto l’uomo politico più importante d’Italia e si è tolto dalle scatole ogni possibile avversario. Dopo aver sconfitto Bossi è riuscito a far espellere Tosi ma soprattutto a marginalizzare Maroni, che da anni deteneva il potere reale in via Bellerio. Alle primarie del 2017 ha disinnescato l’ultimo tentativo maroniano battendo nettamente Giovanni Fava. L’impresa più grande resta senza dubbio la marginalizzazione di Berlusconi e la conquista della leadership del blocco elettorale di centrodestra. Da non sottovalutare il contenimento della Meloni e l’occupazione sistematica di tutto lo spazio elettorale dell’estrema destra. Ultima vittima in ordine di tempo Luigi Di Maio e quel Movimento 5 Stelle a cui in meno di un anno ha sottratto la metà dei consensi. Sempre forte di quella normalità devastante che inganna i suoi avversari, chi pensa di saperla più lunga di lui e poi resta sempre fregato. Un muro di gomma refrattario ad ogni attacco. Quanto durerà il regno del normalismo salviniano non è dato saperlo. Quello che appare certo è che quando e se arriverà il suo declino, il merito non sarà certo dei suoi avversari.

Articolo uscito sulla rivista mensile de Il Primato Nazionale nel luglio 2019

Davide Di Stefano

4 Commenti

  1. Trovo l’articolo lucido ed illuminante. Non lo condivido al 100% ma fornisce molti spunti. Qualcosa l’avrei da dire ancora sul senso del “populismo” di Salvini, per quanto attiene i suoi fini poilitici. Per me lui ha in cima a tutte le sue strategie l’insofferenza del popolo verso una società senza regole. Il populismo di Salvini è l’occio verso la gente comune.

  2. Faccio complimenti all’autore per quest’analisi lucida, una delle poche che centra il nocciolo della questione.
    Il punto è che Salvini e molti altri leader “populisti” (con l’eccezione del solo Orban) sono soprattutto nazionalisti civili, quelli che il sottoscritto chiama polemicamente “i nazionalisti del presepe”. Costoro fanno appello a una non meglio identificata “cultura e tradizione”, special modo le tradizioni cristiane, e quindi suppongono, che se i negretti e islamici accettassero queste tradizioni, sarebbero italiani ed europei a tutti gli effetti e “nostri fratelli” come disse anche Salvini. Va da sè che questo nazionalismo civile è molto perdente, già solo per il fatto di appellarsi al cristianesimo, una religione universalistica e non etnica, perdipiù proprio quando le gerarchie ecclesiastiche sono in prima linea nel propagare l’invasione allogena dall’Africa. Ciò riflette amaramente che c’è una parte di elettorato che non riesca a liberarsi del tutto dalla cultura universalistica e dall’etica corretta che essa ha imposto. Magari si combatte gli aspetti più in vista (e più deliranti) del politicamente corretto, ma si somatizza i contenuti, magari sopportandoli per quieto vivere. E’ un colpo al cuore vedere le nostre città stravolte demograficamente da allogeni assolutamente ignobili, ma meglio invece fare degli spiccoli discorsi da bar tipo (appunto) “Se seguono le tradizioni e le nostri leggi” si tollerano. Ma intimamente ci creano disgusto. E’ che meglio stare male che passare per “disumani” per “mostri nazi-fascisti” per “evitare un nuovo Olocausto”.
    Facciamo finta di non vedere le dinamiche demografiche devastanti per l’Europa, su noi stessi che rischiamo un’Olocausto.
    Purtroppo è una mentalità torva diffusasi in modo capillare ed è difficile sradicarla. E i “populisti” alla fine sono complementari al sistema, fanno la parte dei cattivi, hanno una ideologia confusa e liquida assolutamente in linea con l’andazzo odierno e usando quel poco di linguaggio greve che tanto basta agli universalisti di sbraidare ai “nuovi fascismi” che avanzano per incudire ancora più paura e moniti truci tramite i mezzi istituzionali, culturali e ludici e quindi acquistare ancora più forza per imporci un destino coercitivo di meticciato, di aumanità, di estinzione biologica.
    Una riflessione dura quello che faccio, ma purtroppo è la tragica realtà, vorrei trovare un appiglio di speranza.
    Ma non la trovo.

  3. I ” pirati”, gli allogeni “ignobili & disgustosi”, quando non stupratori – assassini – cannibali, non li si può combattere, o, anche solo, contenere con la cultura del : “volemosecebbene” e del: “restiamoumani”. Ci vogliono guerrieri che sappiano contrapporre alla violenza atavica, tribale, cieca e feroce, ma stolida e stupida dei bingo bongo e dei grullahallah, che sono, in sostanza, “uomini” di cro – magnon, una violenza ancora più feroce e spietata, ma scientifica, intelligente, dall’ altissima efficacia deterrente e sterminante. All’ Europea, quella VERA! Insomma! Purtroppo la storia, e, prima ancora, la Natura, ci insegnano che sopravvive il più forte, o , meglio ancora, il più “ferocemente” e spietato intelligente. I bongo – grullahllah puntano sulla quantità degli scarafaggi che sono in grado di cagarci in casa. Noi dobbiamo puntare sulla qualità dei mezzi di “disinfestazione” che abbiamo sempre saputo creare, costruire, fabbricare & produrre in grande quantità.

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