Roma, 12 set – Non è il caso di tracciare una storia degli avvenimenti sul fronte greco: basti dire che dall’ottobre del 1940 all’aprile 1941 la Milizia impiegò in combattimento contro l’esercito greco e, ad aprile, anche contro quello jugoslavo ben 56 battaglioni. Di questi ne furono perduti 27, di cui 20 di complementi assorbiti per ripianare le perdite e sette per lo scioglimento di battaglioni ridotti agli estremi avendo perduto quasi tutti gli uomini. Ciò che colpì gli Stati Maggiori della Milizia e dell’Esercito fu la maggiore combattività di alcune legioni d’assalto, per esempio la 15a Leonessa, che sconfisse sempre i greci che si trovò di fronte, la 30a Legione d’assalto, e soprattutto le Camicie Nere del Raggruppamento Galbiati (dal nome del comandante, Console generale Enzo Galbiati) formata da tre battaglioni CC.NN. da montagna lombardi (VIII° btg., Varese; XVI° btg .,Como e 2XXIX° btg., Arona).


Si trattava di reparti eccezionali, pur senza avere un armamento adeguato, ma con un morale fortissimo, le cui prestazioni ricordavano quelle degli Arditi della Grande Guerra, soprattutto in un momento di grave crisi per le armi italiane. I tre battaglioni di Galbiati e altre unità di Camicie Nere si dimostrarono più efficienti nei combattimenti montani anche di grandi unità, raggiungendo risultati migliori di intere divisioni di fanteria, come nella battaglia di Maritzait (Marizai) del febbraio 1941 quando il Raggruppamento, appoggiato dal II° battaglione mortai del 54° fanteria Sforzesca e da due gruppi artiglieria riuscì da solo a stroncare l’impeto offensivo della migliore divisione greca, la Kritai , sino ad allora imbattuta, il cui compito era lo sfondamento del fronte italiano e la conquista, ritenuta ormai certa dai comandi ellenici, di Valona. La battaglia di Maritzait venne considerata la data di nascita “morale” dei battaglioni M anche nel loro inno:

            Contro l’odio c’è il sangue e fa la storia,

            contro i ghetti profumano i giardini,

            sul mondo batte il cuor di Mussolini,

             a Marizai il buon seme germogliò!

Analoghi risultati il Raggruppamento li ebbe nella battaglia di Valle Drino all’alba del 17 aprile, sfondando le linee greche (ciò che agli italiani non era mai riuscito dall’inizio della campagna) e dando inizio all’offensiva finale che, insieme all’offensiva tedesca, portò alla resa della Grecia. Le prove del tutto inaspettate fornite da alcuni reparti fortemente motivati e, a differenza dei finti volontari di cui parla Berto e di taluni battaglioni aggregati all’Esercito, caratterizzati da una fortissima motivazione politica portò il Comando Supremo e la Milizia ad un ripensamento circa i battaglioni da impiegare al fronte, riprendendo le esperienze dei battaglioni di Arditi della guerra 1915- 18. Nello stesso periodo oltretutto anche le Waffen SS tedesche si stavano dimostrando, nonostante l’opposizione della Wehrmacht, tra le migliori unità tedesche, ed il Comando Supremo cercò di tener conto di quell’esperienza[1]. Bisognava migliorare, fondandosi sulle esperienze fatte sino a quel momento, le unità delle Camicie Nere, aumentando la selezione e scegliendo il personale più adatto fisicamente e moralmente e con una maggiore fede fascista, soprattutto si dovevano scegliere i militi che in combattimento avessero dato maggiore prova di combattività, d’ardimento e coraggio, migliorandone armamento ed inquadramento secondo le nuove esigenze e gli insegnamenti tratti dalle esperienze fatte sino ad allora.

I nuovi battaglioni avrebbero ricevuto l’appellativo onorifico di M, ed al posto dei fasci sulle fiamme nere avrebbero portato la M autografa mussoliniana smaltata di rosso[2]; al posto del labaro della normale M.V.S.N. l’insegna sarebbe stata una fiamma nera a due punte, dello stesso modello di quella dei battaglioni d’assalto della Grande Guerra, con la scritta Seguitemi! e la M rossa con fascio sul lato sinistro ed il numero del battaglione sull’altro. Come scrissero i Consoli Lucas e De Vecchi, gli uomini che formarono i Btgg “M” erano dei soldati veri: erano partiti volontari in camicia nera, e questo allora era relativamente facile, combattendo in camicia nera, cosa meno facile, e molti di essi erano morti in camicia nera, cosa molto più difficile. Erano quelli che non parlavano, ma si arruolavano e partivano, sapendo di andare volontariamente anche verso la morte[3].

Anche dal punto di vista fisico gli uomini dei battaglioni M si distinguevano dal resto della Milizia, poiché i legionari non potevano avere un’altezza inferiore al metro settanta, superiore alla media italiana dell’epoca: l’altezza minima per entrare a far parte delle FFAA era 1.53 cm (l’altezza del Re); solo pochi reparti avevano un limite d’altezza minimo, tra essi ovviamente i Granatieri di Sardegna (1.80)- ma non i Granatieri di Savoia in A.O.I., per ovvi motivi legati alla scarsità di personale- ed i Carabinieri Guardie del Re, ossia i Corazzieri. A proposito della nuova concezione riportiamo un passo del diario del Capo di Stato Maggiore Generale, gen. Ugo Cavallero, anche perché esprime concetti sino ad ora non abbastanza sottolineati circa i nuovi battaglioni da impiegare in Russia, il cui impiego era già chiaro a Cavallero e che qui, per quel che ci consta, sono espressi per la prima volta:

19 GIUGNO- Ricevo il tenente colonnello Fornara. Argomenti: grandi unità per la Russia. Due soluzioni: o due divisioni autotrasportate ed una celere ovvero una celere i due trasportabili. Si propende per la seconda soluzione; invece del corpo d’armata speciale sarebbe preferibile l’autotrasportabile Zingales: la milizia deve diventare una specie di S.S. (Schutzstaffelen [4]): scaglioni di difesa e guardia armata della rivoluzione e qualche unità che entrerebbe nell’esercito. Divisione tipo “Adolfo Hitler”[5].

Riprendo il colloquio con Fornara. Rientro della milizia nell’esercito. Non concordo. Deve diventare una S.S. (…)

Alle 18 ricevo l’eccellenza Galbiati. Argomenti: mio criterio circa la M.V.S.N. Noi dobbiamo avere per ogni corpo d’armata una legione motocorazzata di milizia con addestramento perfetto (3 anni di ferma). Galbiati propone di sostituire alla parola legione la parola gruppo; guardia del Duce: una divisione motocorazzata e cioè 20 battaglioni S.S. scelti tra i battaglioni esistenti[6]. I reclutati tra volontari che lo fanno solo per accaparrarsi un posto non vanno. La divisione deve pensare in profondità. S.S. deve avere una organizzazione corrispondente a un certo numero delle attuali legioni. Devono essere permanenti e stare in un campo d’addestramento; addestramento non può essere a parte. Occorre unico indirizzo. Non si possono proporre dei corazzati senza i mezzi necessari. Conclusione: noi dovremmo avere: a) S.S. (con nome italiano, però); b) divisione del Duce; c) unità di massima da assegnare ai corpi d’armata. Ferma non meno di due anni; reclutamento attuale: da gente che ha fatto la guerra; modo per allettare la gente: futuro impiego nella M.V.S.N. territoriale.

Galbiati si dichiara entusiasta della organizzazione che ho proposto[7].

Galbiati era divenuto Capo di S.M. della Milizia il 17 aprile 1941, succedendo ad Achille Starace, dimissionato ufficialmente per aver indossato un distintivo di ferita non autorizzato (Starace era stato effettivamente ferito, ed aveva diritto al distintivo, ma l’aveva fatto cucire sulla divisa prima dell’autorizzazione), ma in realtà, ricordò Galbiati, per varie ragioni, tra cui quella di non essere riuscito a sincronizzare con lo stato maggiore dell’esercito e rimanere quindi inascoltato nelle sue richieste di maggiore valutazione e potenziamento della milizia. La data di istituzione dei battaglioni M non è chiara, secondo talune fonti il 10 aprile 1941[8], secondo altre l’ottobre dello stesso anno. Quest’ultima data è assolutamente errata: Cavallero, in un colloquio con Galbiati il dodici settembre cita espressamente i battaglioni M già costituiti (3 a Roma[9] e due a Fregene): ad ottobre vennero in realtà completati i battaglioni dei Gruppi Galbiati e Leonessa. D’altra parte la data del dieci aprile è parimenti errata: in quella data non venne emesso alcuna disposizione in tal senso, e ancora nel giugno, come s’è visto, Cavallero parla ancora, genericamente, di S.S. (con nome italiano, però). Infatti ad aprile venne deciso di addestrare i battaglioni dei due Gruppi suddetti in maniera speciale, tale da renderli particolarmente efficienti, ma se l’idea già esisteva in nuce, ancora non era nata la denominazione di battaglioni M né la particolare struttura organica. La prima menzione fatta dal generale Cavallero nel suo diario è appunto quella del 12 settembre. Cavallero infatti era tornato sull’argomento delle S.S., ormai già chiamate battaglioni M, con Galbiati:

12 SETTEMBRE- Alle 9 ricevo l’eccellenza Galbiati (…)

I battaglioni M già costituiti (3 a Roma e 2 a Fregene) sono selezionati, ben addestrati, hanno fatta la guerra. Manca l’armamento (armi da accompagnamento, anticarro e lanciafiamme). Galbiati chiede questi mezzi. Faccio presente la scarsità che abbiamo. Il Duce ha ordinato di formare 16 divisioni, ma lo stato maggiore ne può fare solo 6 e le altre saranno soltanto stanziali. Ciò premesso, per andare incontro chiedo l’elenco dei materiali occorrenti, facendo presente che non vedo però la necessità degli anticarro. A mio parere i battaglioni M dovrebbero essere tipo S.S. (polizia politica). Risponde che lui intenderebbe dare invece reparti di guerra che però possono essere impiegati sempre per scopi militari. A mia volta dico allora che prepari i reparti M con caratteristiche di assaltatori. Concorda e dice che ne vuol fare 100 in tre anni. Criterio dell’eccellenza Galbiati sui battaglioni M: i battaglioni M stanno nella milizia come i carabinieri stanno all’esercito e come gli Alpini stanno alla fanteria. Incarico Fornara di vedere se si può dare per i battaglioni M almeno qualche arma per l’addestramento.

L’ultima frase ci pare indicativa della differenza tra italiani e tedeschi, la disponibilità di un armamento adeguato. I Battaglioni M furono dapprima quelli menzionati indirettamente da Cavallero:

VIII° (Varese); XVI° (Como), XXIX° (Arona) del Raggruppamento Galbiati;

XIV° (Bergamo); XV° (Brescia); XXXVIII° Armi Accompagnamento (A.A.) (Asti), del Gruppo Leonessa,

cui si aggiunsero poi:

VI° (Mortara); XXX° (Novara); XII° A.A (Aosta), del Gruppo Montebello;

V° (Tortona); XXXIV° (Savona); XLI° A.A. (Trento), del Gruppo Valle Scrivia.

I battaglioni CC.NN. LXIII° (Udine) e LXXIX° (Reggio Emilia) non erano M quando partirono per la Russia, ma lo divennero per merito di guerra con la trasformazione della 63a Legione Tagliamento in Gruppo Battaglioni M.

Altri battaglioni M furono :

X° (Voghera);

LXXXV° (Apuania);

XLII° (Vicenza);

LXXI° (Faenza);

XLIII° (Belluno);

LX° (Pola);

L° (Treviso);

LXXI° (Ravenna).

Il X° btg. M venne inviato in Tunisia nel 1943 e fu l’unico battaglione M presente in Africa; al momento della resa inglobò anche il VI° battaglione CC.NN. d’Africa: ricorda Berto che il 13 maggio, il comandante ci ha mandato i distintivi “M” e l’ordine di metterci in camicia nera. Bisogna presentarsi al nemico con proprietà e fierezza (Berto 1985, p.219). Caratteristica degli M era di combattere in camicia nera, a differenza di altri reparti della Milizia che portavano la camicia grigioverde o kaki con cravatta nera. I legionari dei battaglioni M dovevano ricevere un addestramento simile a quello degli arditi della prima guerra mondiale, con l’uso di munizioni vere e grande selettività; i corsi si svolgevano presso il campo dei battaglioni M a Trastevere, comandato dal Console Generale Guia, che ricopriva il ruolo di Ispettore dei battaglioni M. Che la realtà non fosse sempre questa lo si desume dai ricordi di Piero Calamai, del Montebello, che dovette essere inviato in fretta sul fronte russo senza avere il tempo di completare il proprio addestramento: Come addestramento sparammo tre colpi di moschetto e lanciammo una bomba a mano SRCM in riva al Tevere (…) Ci insegnarono anche a cantare correttamente Giovinezza e Battaglioni M ed infine Vecchia Pelle, la bellissima canzone che ci accompagnò per tutta la campagna (…)[10]Il Montebello terminò poi il proprio addestramento nelle retrovie del fronte russo: A Millerovo fu necessario fare quello che non avevamo fatto a Roma, cioè andare all’assalto, perché questo era il nostro mestiere. La conclusione fu che, alla fine, avevamo raggiunto un alto livello addestrativo, almeno pari a quello dei migliori reparti dell’esercito. I battaglioni M non erano inquadrati in Legioni CC.NN. d’Assalto, ma, come proposto dal generale Cavallero a Galbiati nel colloquio del 19 giugno, in Gruppi di battaglioni i quali inquadravano due battaglioni d’assalto ed uno armi d’accompagnamento ciascuno.

La struttura di ogni battaglione M era:

  • Plotone comando;
  • Plotone esploratori;
  • 3 compagnie assaltatori:
  • compagnia mitraglieri.

La struttura del battaglione armi d’accompagnamento era:

  • Plotone comando;
  • Compagnia mortai da 81mm;
  • Compagnia cannoni controcarro da 47/32.

Il Gruppo battaglioni riuniva una forza complessiva di 74 ufficiali, 112 sottufficiali e 1606 graduati e Camicie Nere per un totale di 1792 combattenti. I gruppi Tagliamento, Montebello, Leonessa e Valle Scrivia combatterono in Russia; il X in Tunisia, mentre i battaglioni XLII°, XLIII°, L°, LX° vennero destinati all’Operazione C3, lo sbarco a Malta pianificato dallo Stato Maggiore Italiano per l’estate del 1942, ed addestrate di conseguenza per operazioni anfibie, costituendo un Gruppo CC.NN. M da sbarco. Dopo l’abbandono dell’Operazione C3 e l’occupazione della Francia di Vichy alla fine del 1942 i battaglioni vennero utilizzati per lo sbarco e l’occupazione della Corsica. In seguito il XLII° ed il L° battaglioni M vennero destinati alla zona d’occupazione in Francia. Indice della preparazione militare delle CC.NN. M da sbarco è il fatto che, dopo l’otto settembre, furono gli unici italiani a sconfiggere sul campo unità motorizzate delle Waffen SS, infliggendo notevoli perdite alla 16.e Brigade Reichsführer SS nella zona di Bastia. Al contrario i militi del XLII° aderirono immediatamente alla Repubblica Sociale, divenendo il battaglione IX Settembre. Nel maggio del 1943 con i reduci di Russia si concretizzò l’idea di una divisione Guardia del Duce. Venne infatti costituita la divisione corazzata CC.NN. M, armata con mezzi tedeschi, ottenuti grazie all’intervento personale di Himmler. La divisione venne equipaggiata a tempo di record, con 12 carri Pz. IV G con cannone da 75/48; 12 carri Pz.III N con cannone da 75/24, 12 semoventi Sturmgeschütz III con cannone da 75/48; 24 cannoni antiaerei da 88mm con relativi trattori semicingolati. Vennero anche consegnate quarantasei mitragliatrici MG 42 e ventiquattro lanciafiamme spalleggiabili d’assalto; la divisione disponeva anche di materiale italiano. Si trattava dell’unità meglio armata delle Forze Armate italiane, e venne addestrata da istruttori delle Waffen SS. Tutto il personale era veterano, e tutti gli ufficiali erano provenienti dai battaglioni M. I veterani rientrati dalla Russia, dopo un solo mese di licenza, inquadrarono i volontari nella zona di Chiusi, per trasferirsi poi nella zona di Bracciano- Campagnano Romano dove si trovava il 25 luglio. Dai reparti che avevano combattuto in Russia vennero ripresi nome e tradizioni:

  • Gruppo Corazzato Leonessa
  • Gruppo d’Assalto Tagliamento
  • Gruppo d’Assalto Montebello
  • Raggruppamento Antiaereo e Controcarro Valle Scrivia

Nelle sue memorie, pubblicate nel 1946, Badoglio racconta che molti, nella Casa Reale, nelle Forze armate e tra i vari “congiurati” del 25 luglio, ritenevano che il buon esito del colpo di stato sarebbe dipeso dall’intervento, o meglio dal non intervento, della Milizia fascista. Nella sola capitale, oltre a numerosi reparti delle Milizie speciali, erano presenti una legione di camicie nere e tre battaglioni “M”. A Ostia, sul litorale laziale, era in attività la Scuola allievi ufficiali “M” ed a pochi chilometri da Roma, a Campagnano, era acquartierata la Divisione corazzata “M” che proprio pochi giorni prima, il 10 luglio, la divisione aveva eseguito un’esercitazione a fuoco alla presenza del Duce e delle massime autorità militati italiane e tedesche rimaste stupefatte per l’efficienza dimostrata dai legionari.

Quando si diffuse la notizia della caduta di Mussolini (e poi del suo arresto), tutti i comandi della Milizia, in Italia e nei territori occupati, rimasero in attesa di ordini dal Comando Generale di Roma. Molti responsabili locali domandarono e sollecitarono ripetutamente l’autorizzazione ad agire. Ma altre furono le disposizioni trasmesse, infine, dalla sede del Comando Generale situata nella grande caserma della Milizia in viale Romania. In effetti, nella notte tra il 25 ed il 26 luglio – dopo che nella capitale avevano già avuto luogo alcuni occasionali episodi di reazione armata da parte di singole camicie nere e anche di plotoni in servizio d’ordine pubblico nei confronti dei più aggressivi tra i primi manifestanti, subito riversatisi nelle strade – il XVI Battaglione “M” di Como, da poco rientrato dalla Slovenia e dislocato nei pressi di Roma al comando del console Marabini, si mise in marcia per raggiungere la città, ma venne bloccato sia dalla presenza di unità del Regio Esercito sia da un sopravvenuto, preciso ordine emanato dal Capo di S.M. della Milizia stessa. Nel corso di quelle prime e confuse ore, il comando della Divisione “M” aveva a sua volta preso contatto con la vicina 3a Divisione Panzergrenadieren tedesca al fine di coordinare un’eventuale azione militare congiunta sull’Urbe. Tuttavia, alla fine, né i tedeschi né la “M” si mossero. Nel settembre del 1944 il comandante della Divisione “M”, console generale Alessandro Lusana, scrisse un lungo memoriale a Mussolini sostenendo che il mancato intervento della propria unità era stato causato dalla presenza in zona della divisione corazzata “Ariete” del Regio Esercito che aveva costituito già la sera del 23 luglio, forse in vista di imminenti e importanti avvenimenti politici, un posto di blocco sulla Cassia in località La Storta. L’azione della divisione della Milizia fu però bloccata soprattutto all’ordine ricevuto la notte tra il 25 e il 26 luglio 1943 da parte del generale Galbiati di “continuare tranquillamente a sviluppare l’addestramento”.

Posto che l’incarico di Comandante Generale della Milizia era rivestito formalmente, sin dal 9 ottobre 1926, dallo stesso Benito Mussolini, l’onere di effettivo vertice operativo della Forza Armata ricadeva sul Capo di Stato Maggiore della Milizia. All’epoca della crisi del regime quest’incarico era ricoperto, ormai da più di due anni, dal luogotenente generale Enzo Emilio Galbiati, succeduto in quel ruolo ad Achille Starace il 15 maggio 1941. Galbiati, classe 1897, monzese e “fascista dalla prima ora”, vantava un passato di valoroso combattente e Mutilato della Grande Guerra. Tra il 1922 e il 1937 aveva percorso tutto il cursus honorum, da squadrista a Ispettore Generale della Milizia Universitaria. Distintosi sul campo dapprima in Etiopia e, nel 1940-1941, sul fronte greco-albanese al comando di un raggruppamento CC.NN che da lui prese nome, era stato più volte citato nei bollettini di guerra. Al generale Galbiati si deve anche l’idea della costituzione dei battaglioni “M”. Durante la 187a (e ultima) seduta del Gran Consiglio del Fascismo, dipanatasi la notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, Galbiati non aveva mancato di criticare vivacemente e di votare contro l’ordine del giorno Grandi la cui approvazione, come è noto, pose praticamente fine al regime. La mattina del 25 fu quindi ricevuto dal Capo del governo a Palazzo Venezia per poi accompagnarlo, alle 14.00 di quello stesso giorno, al quartiere San Lorenzo duramente colpito nel bombardamento aereo sulla capitale del 19 precedente. Nel corso della notte sul 25, durante la successiva udienza mattutina e ancora in occasione della visita pomeridiana nella zona sinistrata, Galbiati chiese ripetutamente al Duce un ordine che lo autorizzasse a procedere al sollecito arresto dei diciannove “traditori” del Gran Consiglio che avevano approvato il citato ordine del giorno Grandi. Mussolini però, confidando forse ancora una volta nel favore del sovrano, sottovalutando la portata politica del voto del Gran Consiglio e rincuorato dalla lettera di Cianetti con la quale il ministro delle corporazioni aveva ritrattato il proprio voto favorevole, non lo ascoltò.

Intorno alle 22 di quel fatale giorno di luglio, infine, Galbiati, dopo aver scartato, alle otto di sera, la possibilità di un intervento della Milizia parlando con il vice segretario del Partito (e compaesano) Alessandro Tarabili, un’ora dopo negò, al console Caromio l’autorizzazione a far intervenire nel centro della capitale i reparti mobili della Milizia, telefonò al sottosegretario agli interni Umberto Albini pregandolo di comunicare “a chi in questo momento ha responsabilità di governo che la Milizia rimane fedele ai suoi principi e cioè: servire la Patria nel binomio Re e Duce”. Convito, come avrebbe dichiarato dopo la guerra nelle proprie memorie e in numerose interviste, che “l’indomani ci sarebbe stato l’armistizio” e che l’intera, confusa vicenda di quelle ore fosse avvenuta con l’avallo tacito del Duce, Galbiati preferì chiamarsi fuori passando, il 26 luglio, le consegne ai generali del Regio Esercito Quirino Armellini e Giuseppe Conticelli, designati da Badoglio ai vertici della MVSN, uscendo silenziosamente di scena. Nel settembre del 1943, come racconta nelle proprie memorie Giorgio Pini, Mussolini ricevette Galbiati alla Rocca delle Caminate; in quell’ultima occasione il Duce “non gli contestò il mancato ordine alla Milizia di reagire al suo arresto, ammettendo che il colpo di stato si era svolto in modo tanto diabolico da confondere tutti”. Galbiati fece successivamente una breve apparizione testimoniale al processo di Verona contro alcuni dei firmatari dell’ordine del giorno Grandi senza poi più apparire nelle cronache della Repubblica Sociale. Uscito indenne dalle vicende del conflitto e da quelle, in parte ancora misteriose,  dell’immediato dopoguerra, si ritirò sulla riviera ligure, a Bordighera, dove condusse una vita molto riservata sino alla morte, avvenuta a Solbiate, in provincia di Como, il 23 maggio del 1982..

Mussolini, già comandante generale della Milizia è sostituito con il generale dell’Esercito Quirino Armellini; il Capo di S.M., Generale Galbiati, dimissionario, viene sostituito dal generale Conticelli. Tutti i comandanti delle Milizie Speciali e delle specialità sono sostituiti con generali dell’Esercito o dei Carabinieri: tutti i legionari seguitano ad obbedire nella più salda disciplina. Vale la pena, a dimostrazione di quanto vogliamo affermare, di riportare qui alcuni brani della circolare che, immediatamente dopo assunto il Comando, il Generale Armellini diramò ai comandi della Milizia. …

« Il primo atto col quale il nuovo capo del governo, Maresciallo Badoglio, ha additato alla Nazione la Milizia quale parte integrante delle FF.AA. dello Stato, ha implicitamente e nello stesso tempo riconosciuto la necessità della Milizia ai fini nazionali, i meriti che essa aveva conquistati, la necessità che tante nobili tradizioni non venissero disperse. Io ho avuto – con l’onore di avere ai miei ordini numerose formazioni della Milizia – la fortuna di seguirla ed apprezzarla nelle sue funzioni, manifestazioni, opere militari». E più avanti, «Al nemico che incalza dobbiamo opporre i nostri petti e le nostre armi strenuamente combattendo a fianco dell’alleato, dobbiamo soprattutto offrire lo spettacolo di un popolo unito e compatto, animato da un solo pensiero: la Patria, la nostra grande Patria immortale; di un popolo stretto intorno ad una sola persona: quella del Re Imperatore che esce oltre i limiti della caducità umana perché rappresenta la continuità della Patria per l’eternità»… E ancora: «chi mai, di fronte a tale tremenda visione, potrà pensare che l’Italia si possa dividere o permettere che possa dividersi per seguire diverse ideologie, per stare attaccati a nostalgie del passato? Non certo la Milizia che è nata con nel cuore l’Italia quando l’Italia era ancora una volta minacciata, che per l’ideale della Patria ha combattuto sulle piazze e sui campi di battaglia, morendo serenamente e purificandosi nella gloria del sacrificio»… E conclude: «Ancora una volta ripeto: la Patria è in pericolo e richiede l’unione e la concordia di tutti gli italiani; in Italia non vi sono e non vi debbono essere che Italiani».

I legionari dimostrarono oltre ogni limite di essere veramente Italiani. Fino all’8 settembre i volontari CC.NN. seguitarono a fare il loro dovere ed a morire per la difesa della Patria, in combattimento. I1 6 dicembre 1943 termina la storia della Milizia: il governo Badoglio ne decreta lo scioglimento, chiudendo così la sua vita ventennale, vissuta però degnamente e gloriosamente, nella buona e nell’avversa fortuna, con le altre FF.AA. Italiane. Durante la sua breve vita, la Milizia ha dato alla Patria 14.142. Camicie Nere cadute oltre a circa centomila tra feriti e mutilati.

Ricompense ai Reparti:

20 Ordini Militari di Savoia (ora d’Italia) ai Labari di tutte le Legioni operanti in A.O. nella guerra del 1935-1936.

37 ricompense al Valor Militare a Labari di Legioni CC.NN.

Ricompense al V.M. ai singoli:

– 20 Ordini Militari di Savoia.

– 90 medaglie d’oro al V.M.

– 1.232 medaglie d’argento al V.M.

– 2.421 medaglie di bronzo al V.M.

– 3.658 croci di guerra al V.M.

Corrispondenza tra i gradi della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale e quelli del Regio Esercito.

Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale

Regio Esercito

Primo Caporale d’Onore[11]Primo Maresciallo dell’Impero[12]
Comandante GeneraleGenerale di Corpo d’Armata
Luogotenente GeneraleGenerale di Divisione
Console GeneraleGenerale di Brigata
ConsoleColonnello
Primo Seniore[13]Tenente Colonnello
SenioreMaggiore
CenturioneCapitano
CapomanipoloTenente
Sottocapo manipoloSottotenente
Primo AiutanteMaresciallo Maggiore
Aiutante CapoMaresciallo Capo
AiutanteMaresciallo Ordinario
Primo CaposquadraSergente Maggiore
CaposquadraSergente
VicecaposquadraCaporal Maggiore
Camicia Nera sceltaCaporale
Camicia NeraSoldato

 

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

NOTE

[1]    U. Cavallero, Diario 1940- 1943 (a cura di G. Bucciante), Roma, 1984, pp.200-201; 234-235.

[2]    La M significava semplicemente Mussolini, e si ispirava alla Leibstandarte Adolf Hitler delle Waffen SS, cui Cavallero si ispirò per i battaglioni M. La forma stessa della M riprende la ben nota firma del Duce. Le ipotesi che la M stesse per mobile o addirittura per morte non rispondono assolutamente al vero.

[3]    Lucas, De Vecchi 1976, p.428.

[4]    Sic! Prob. si tratta di un refuso di stampa, Cavallero parlando correntemente il tedesco.

[5]    Ovvero 1. SS Panzerdivision Leibstandarte Adolf Hitler. Come detto in una nota precedente proprio per analogia alla divisione LSSAH i battaglioni vennero denominati M[ussolini]

[6]    La divisione corazzata M, equipaggiata con carri tedeschi venne effettivamente istituita nel 1943 con i battaglioni reduci dal fronte russo.

[7]    Per inciso, ciò smentisce chi, contro ogni documento storico, sostiene che Hitler informò gli italiani dell’Operazione Barbarossa dopo il suo inizio, ma fossero invece già allo studio le forme di un intervento italiano in Russia.

[8]    D. Del Giudice, “L’85° Battaglione Camicie Nere. Storia ed impiego dal 1937 al 1945”, Storia e battaglie 22 (2003), p. 23.

[9]    Il raggruppamento Galbiati con i battaglioni. M VIII°, XVI° e XXIX°, nel Campo addestramento Battaglioni M di Trastevere

[10]   P. Calamai, in P. Calamai, N. Pancaldi, M. Fusco, Marò della Xa Flottiglia MAS, Bologna 2002 p.28

[11]   Benito Mussolini. Il grado Caporale d’Onore, puramente onorifico, non è stato incluso, non avendo corrispondenza con i gradi dell’Esercito.

[12]   Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini.

[13]   Nella Milizia Coloniale

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