Roma, 14 set – Ad avere grande merito nella riscoperta delle magnifiche opere egizie furono, soprattutto, gli inglesi. E’ però merito di un italiano se la nota Sfinge di Giza è ritornata alla luce dopo millenni. Stiamo parlando di Giovanni Battista Caviglia.


Giovanni Battista Caviglia l’amico di Belzoni

Giovanni Battista Belzoni fu un grande archeologo, uno dei primi italiani ad innamorarsi dell’Antico Egitto, della sua cultura e della sua storia. Morì in Africa tropicale, si dice, sepolto sotto un albero con un’epigrafe che chiedeva ai viaggiatori di avere rispetto di quell’uomo e, nel caso, tenere pulita la sua tomba.

Giovanni Battista Caviglia strinse amicizia con Belzoni durante uno dei suoi viaggi in Egitto. Caviglia, infatti, era nato a Genova nel 1770 e divenne marinaio in giovane età. Il capoluogo ligure era, all’epoca, una vitale repubblica marinara con commerci aperti a tutto il bacino. Caviglia, in particolare, rimase affascinato dalla terra dei faraoni e decise di lavorare al fine di riportare alla luce quelle meraviglie sepolte sotto metri e metri di sabbia.

La scoperta della Sfinge

Una volta ormeggiata la nave al porto di Alessandria d’Egitto, Giovanni Battista Caviglia si mise al servizio degli inglesi e del generale Salt per lavorare al sito di Giza. Aveva scoperto molti manufatti ed ottenuto la fiducia del generale britannico oltre che un grande fondo economico. I lavori furono imponenti ma valsero la pena dello sforzo.

Assieme alla Sfinge, infatti, vennero ritrovati altri importanti manoscritti ed oggetti risalenti al Basso Egitto ed all’epoca romana e greca. Siccome, però, il lavoro venne finanziato da un inglese, tutto ciò che fu possibile trasportare via mare venne portato al British Museum e lì esposto.

Nel 1820, Giovanni Battista Caviglia iniziò un nuovo scavo, questa volta nei pressi di Menfi. La scoperta che Caviglia fece fu una delle più sensazionali dell’egittologia moderna: un colosso in calcare di oltre 12 metri che raffigura Ramses II. Tale monumento doveva essere, inizialmente, ricollocato e donato al Granduca di Toscana, Leopoldo III. Spostare un tale monumento, però, non era cosa da poco. Pertanto, il granduca rifiutò l’offerta. Stesso fece anche il British Museum finché non si decise di lasciare il colosso a Menfi e di costruirvi, piuttosto, un museo nelle vicinanze.

Dopo aver lavorato ancora a Giza ed Al Cairo, oltre che in molte altre località d’Egitto, Giovanni Battista Caviglia lasciò la terra dei faraoni e trovò casa a Parigi dove, il 7 settembre 1845, morì. L’archeologo venne sepolto con una Bibbia: per lui, infatti, scoprire monumenti e riportare alla luce manufatti era un mezzo per ricercare segreti mistici legati al senso vero della vita.

Tommaso Lunardi

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